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OPINIONI

Giorgio Parisi, un Nobel contro l’“eccellenza”

Non solo un importante ricercatore, ma anche un compagno di viaggio che si è speso negli anni per un’Università e una ricerca pubblica, laica, libera e democratica. Inascoltato in passato come oggi dalle istituzioni, che ora si vantano di avere un Nobel italiano

Martedì Giorgio Parisi ha vinto il premio Nobel per la Fisica. Un premio ampiamente meritato: le sue ricerche hanno infatti avuto un impatto molto rilevante in numerosi campi della fisica (dalla meccanica statistica, alla materia condensata, alla fluidodinamica, ai sistemi complessi più in generale), ma anche aldi là della fisica stessa, dai mercati finanziari ai sistemi biologici. Tuttavia qui non si vuole riportare la rassegna dell’incredibile carriera accademica del fisico Parisi, nel senso stretto del termine, quanto invece ricordarne un altro aspetto fondamentale, che dovrebbe caratterizzare ogni donna e uomo «di scienza»: l’impegno per un’Università e una ricerca pubblica, laica, libera e democratica.

Un impegno tanto attuale, visto lo stato della formazione superiore nel nostro paese e la riforma del reclutamento che il Parlamento, in sordina, si appresta a varare, quanto taciuto dai mezzi di informazione e, ça va sans dire, dalla classe politica, subito precipitatasi a celebrare il risultato con una buona dose di orgoglio nazionale, quasi a volersene intestare una parte dopo anni di metodico smantellamento del sistema universitario (senza alcuna vergogna).

Ma torniamo a Parisi. Senza voler andare troppo indietro nel tempo, vogliamo ricordare quando nell’autunno del 2007 prese una posizione netta contro l’invito a Papa Benedetto XVI del Rettore Renato Guarini a intervenire all’inaugurazione dell’anno accademico della Sapienza «In nome della laicità della scienza e della cultura e nel rispetto di questo nostro Ateneo aperto a docenti e studenti di ogni credo e di ogni ideologia, auspichiamo che l’incongruo evento possa ancora essere annullato». Un’inaugurazione che non avrà luogo grazie a un’imponente attivazione del corpo studentesco supportata da un gruppo di docenti di cui Parisi fece appunto parte.

Così come supportò il ciclo di mobilitazioni studentesche dell’Onda nel biennio 2008-2010 contro la riforma neoliberale dell’Università targata Gelmini-Tremonti che preparò il terreno per un’aziendalizzazione dell’istruzione superiore in stile anglosassone.

Il supporto non fu solo di mera testimonianza: in quel contesto di conflitto fra Università e Governo, Parisi partecipò attivamente al ciclo delle cosiddette “lezioni in piazza” in cui si sottolineava l’importanza del ruolo del sapere per poter affermare la democrazia in una società. Un sapere non fine a se stesso, né chiuso nei laboratori e nelle aule degli atenei, ma un sapere che invece si costruisce nella società per poterla trasformare dal basso, rovesciando poteri autoreferenziali e privilegi.

Nonostante la sconfitta delle mobilitazioni dell’Onda, Parisi fu uno dei pochi del corpo docente che non si arrese del tutto, promuovendo incontri e petizioni, come ad esempio la campagna “Salviamo la Ricerca” che nel 2016 raggiunse oltre 220.000 firme chiedendo un aumento degli investimenti in ricerca che nel nostro paese sono la metà della media UE e ben un terzo dell’obiettivo del 3% del PIL fissato nel Trattato Europeo di Lisbona. Questi tentativi di mobilitazione non si tradussero successivamente in mobilitazioni concrete al di là di firme online e organizzazione di (pochi) momenti di confronto.

La responsabilità di questa mancata attivazione è da ricercarsi principalmente nell’immobilismo ignavo della quasi totalità della classe docente universitaria. La maggiorparte dei e delle docenti preferì infatti (e preferisce indubbiamente ancora oggi) conformarsi alle regole del New Public Management che ormai governano gli atenei: dalla valutazione puramente bibliometrica, agli indicatori di produttività di laureati, alla precarizzazione di massa dei giovani ricercatori e delle giovani ricercatrici, allo svuotamento del ruolo sociale della ricerca, ormai al servizio dell’immediata valorizzazione economica di quel poco capitalismo nostrano che ancora investe in ricerca e sviluppo (principalmente industria bellica e fossile, con Leonardo, ex-Finmeccanica, ed Eni in testa).

I e le docenti si sono fatti i conti, meglio racimolare qualche briciola di finanziamento restando in silenzio che rischiare di restare a secco alzando la voce, magari a favore delle giovani generazioni di ricercatori e ricercatrici precari/ie, invece dei propri scatti stipendiali (sì, è successo anche questo, in mezzo all’espulsione di migliaia di precari/ie c’è chi si è esclusivamente preoccupato di difendere il proprio portafoglio…). Anche in questa continua pressione sui Governi che si sono succeduti negli anni, Parisi si è quindi distinto dalla maggiorparte della comunità accademica.

Anche il giorno dell’assegnazione del Nobel, quando non ha perso l’occasione per ribadire come nel nostro paese ci sia una non più rimandabile urgenza di rifinanziare il comparto Università e Ricerca, per evitare l’espulsione o l’emigrazione di migliaia di talenti cresciuti nelle nostre Università.

Un breve discorso, pronunciato alla celebrazione del Nobel nell’Aula Magna della Sapienza, che non deve essere andata a genio alla Ministra dell’Università Maria Cristina Messa che, insieme alla Rettrice Antonella Polimeni, aveva trascorso la mezz’ora precedente a farsi fotografare con il neo premio Nobel e a elogiare l’Università Italiana e le grandi potenzialità del nostro paese.

Ma la strumentalizzazione non si è certo limitata a questa, imbarazzante e ipocrita, passerella. Ieri è stato il turno del premier Draghi che ha colto la palla al balzo affermando che «il premio Nobel Parisi ha ragione, i finanziamenti alla Ricerca sono inferiori agli altri Paesi UE» (buongiorno!), ma che finalmente, grazie al Piano Nazionale di Rilancio e Resilienza, ci sarà una netta inversione di rotta. Niente di più falso.

Il PNRR infatti non solo prevede un investimento (non strutturale!) in Università e Ricerca del tutto insufficiente (ricordiamo che nell’ultimo decennio i finanziamenti sono stati decurtati del 12%), ma mantiene intatto lo schema dei cosiddetti «campioni della ricerca» che prevede la concentrazione della totalità delle risorse nelle mani di pochi hub pubblico-privati.

Un paradigma fallimentare che prevede l’iniezione di una mole rilevante di risorse pubbliche nelle mani di pochi attori privati il cui fine è il profitto immediato e non una ricaduta sociale a medio e lungo termine. Per non parlare poi del provvedimento di “riforma” del reclutamento universitario in discussione al Senato che prevede ulteriore precarizzazione e sfruttamento dei giovani ricercatori e delle giovani ricercatrici e introduce una tipologia contrattuale precaria di addirittura sette (!) anni, nonostante l’intera maggioranza continui a sbandierare il disegno di legge come un provvedimento che riduca la precarietà e acceleri l’entrata in ruolo delle giovani generazioni.

In realtà, le nuove norme produrranno un’ulteriore espulsione di massa dei cosiddetti precari storici, prevedendo una precarietà usa-e-getta certa a chi si affaccia al mondo della ricerca nel corso dei prossimi anni. Eliminare i e le precari/ie invece della precarietà, niente di nuovo sul fronte occidentale. Di fronte a questo scenario, cui ormai siamo abituati/e da anni, è chiaro che non è possibile né utile riporre alcuna speranza nella classe politica e docente del paese (tranne poche eccezioni come appunto Parisi).

Forse l’insegnamento che come precari e precarie dovremmo trarre dal neo premio Nobel (oltre alle sue eleganti e affascinanti ricerche sui sistemi complessi) è quello di metterci in gioco per trasformare il sistema Università e Ricerca, tentando di costruire nuove mobilitazioni nel campo dei saperi.

Per restituire un ruolo sociale alla Ricerca creando le condizioni di possibilità affinché la tanto agognata eccellenza sia diffusa capillarmente nei territori e sia sinonimo di democrazia, accessibilità e giustizia sociale e non di esclusione e precarietà.

Immagine di copertina di Daniele Napolitano