ROMA

Fori Forever?

Da segno del fascismo che non si è voluto cancellare, a progetto da fare cancellando il debito che stritola Roma.

Da sabato 3 agosto, nella capitale prende il via il “Progetto Fori” in salsa Marino. Niente più che una banale soluzione “viabilistica” che toglie al traffico, ma non pedonalizza, una manciata di metri di strada. Come se bastasse evocare il ricordo di un’idea di città per realizzarla. Da segno del fascismo che non si è voluto cancellare, il Progetto Fori sarebbe invece tutto da ripensare, a partire dall’unica misura possibile per realizzarlo: cancellare il debito che stritola Roma.


In alcune capitali europee, quando si è messo mano a grandi trasformazioni urbanistiche si è fatto riferimento alla “scienza urbana”, a come intervenire su quelle specifiche parti che, trasformandosi, avrebbero modificato l’intera città. Non come quando si è intervenuto con edifici spettacolo per creare “città evento”; quelle dove l’architettura è “il prodotto dell’incontro tra la scala mobile e l’aria condizionata, concepito in un’incubatrice di cartongesso” (Koolhaas), ma con progetti a larga scala in aree centrali. Solo qualche esempio nella seconda metà del novecento: Les Halles di Parigi, la terza sistemazione del centro di Mosca, la Berlino ovest riprogrammata “centralmente” prima dell’unificazione. Luoghi che, pur facendo oggi parte dell’immaginario complessivo di quelle città, non reggono il confronto con il “Progetto Fori”. A Parigi l’area non è estesa, a Mosca non ci sono reperti archeologici, a Berlino il programma della trasformazione faceva riferimento, sostanzialmente, all’espansione ottocentesca della città.

Il “Progetto Fori” parla con due parole precise: area archeologica e disegno urbano.

Viene da lontano, visto che i primi a scavare nell’area dei Fori furono gli archeologi di Pio VII e che i lavori proseguirono sia sotto l’amministrazione napoleonica che con il nuovo governo italiano. Fu solo però nel 1978 – quando la via dell’Impero (oggi Fori imperiali) era stata tracciata da tempo (1932) e sembrava non dispiacere neppure troppo alla Repubblica che l’usava (usa) come location per la propria esibizione muscolare in occasione del 2 giugno e collettore del sempre crescente traffico automobilistico – che l’allora Soprintendente archeologico Adriano La Regina pose in modo esatto i termini della questione urbana. “Nel giro di pochi decenni perderemo tutta la documentazione della storia dell’arte romana”, scrisse. Presentando una serie di rilevamenti e studi che dimostravano come, proprio in quell’area, si concentrasse un’altissima concentrazione di smog tale da determinare la corrosione dei marmi, lanciò così il progetto in tutto il suo significato complessivo: “Il problema fondamentale non è tanto quello dei fondi per il restauro dei monumenti, perché ciò che costerà enormemente sono gli interventi di riorganizzazione della città”.

Da allora non è vero che, come dice il neo sindaco Marino, in 36 anni non si è fatto nulla. Si è fatto, invece, troppo e troppo poco. Troppo perché si è redatto un Piano regolatore di “offerta” verso il mercato, invasivo e sovradimensionato; troppo poco perché, così facendo, si è sancita la rinuncia definitiva alla pianificazione, saldando di fatto anche questo ultimo strumento a quanto si era andato facendo per tutto il novecento. È il Piano Regolatore di Veltroni ad aver condannato il Progetto Fori. Non perché non lo comprenda, ma perché ha scelto di non intervenire su quella che, scritta da Adriano La Regina come “riorganizzazione della città”, andava letta come “idea di città”.

Il Progetto Fori metteva in discussione su scala urbana, con l’assetto viario della città, il muoversi e l’abitare. Raccogliendo l’invito del Sindaco Argan, «o i monumenti o l’automobile», non lanciava anatemi o crociate ideologiche contro le macchine, ma proponeva di allontanare da questo “tesoro”, non scoperto, ma ritrovato, le funzioni che, svolgendosi all’intorno, le attirano.

Non dovette sembrare troppo poco ai molti che iniziarono a lavorare intorno questo tema per almeno un decennio (Cederna, Benevolo, Nicolini, la medesima Soprintendenza Archeologica) per lo smantellamento graduale dell’ex via dell’Impero e l’esplorazione archeologica, per riportare in luce le antiche piazze imperiali, creare il parco unitario Fori Imperiali-Foro Romano. Non solo una straordinaria campagna di scavo, ma la convinzione progettuale di ridefinire ampliandolo il centro storico con la conseguente mission di «arricchire Roma e i romani di un incomparabile spazio per la cultura, la contemplazione, il riposo, per tacere del contributo che lo scavo stratigrafico darà alla conoscenza della storia della città; e con il riassetto ambientale della zona tra il Colosseo e le mura aureliane”e giungere alla “creazione del gran parco dell’Appia Antica, prosecuzione extra – moenia del parco archeologico centrale» (A. Cederna e altri: Interventi per la riqualificazione di Roma Capitale della Repubblica. Camera dei Deputati. X legislatura aprile 1989).

Non mettendo mai in cantiere questo progetto, Roma non si è costruita come metropoli.

Rinunciando a far coincidere l’idea di metropoli con la realizzazione di un grande progetto identitario, all’interno del quale ripensare le forme stesse della metropoli, non ha fatto da argine proprio alle più devastanti forme metropolitane che, da allora, hanno iniziato a propagarsi nella città. Ad iniziare dall’arrendersi, senza alcuna condizione, a quei fenomeni della rendita immobiliare che il piano regolatore non sa contenere, che anzi a volte incoraggia, e che hanno trasformato l’intero territorio comunale in merce, ingoiato come è da una strategia di comando che taglia servizi, ogni assistenza, nega diritti, interviene direttamente sulla vita di ognuno di noi dragando denaro (facendo cassa) dall’annientamento della città pubblica.

Oggi quel progetto si riduce ad una soluzione “viabilistica” che toglie al traffico, ma non pedonalizza, una manciata di metri di strada. Come se bastasse evocare il ricordo di un’idea di città per realizzarla.

Intorno alla chiusura odierna si sono scatenate già molte polemiche. Ma chi si lamenta prevedendo assalti automobilistici all’intorno e chi chiede radicalità nell’intervento, pensando che il neo sindaco in realtà abbia solo dato un segnale mediatico, sembra non comprendere che riparlare del Progetto Fori nei termini (e con le medesime polemiche) di come si è iniziato a fare oltre tre decenni fa significa non chiedersi come rendere attuale l’idea del parco archeologico al tempo della crisi, in una città che ha attentato a tutte le scelte che avrebbero dovuto accompagnare questo progetto.

Lo SDO, il sistema che avrebbe dovuto liberare il centro dal peso delle funzioni pesanti, è diventato poca cosa: striminziti scampoli di funzioni pesanti; le centralità veltroniane che avrebbero dovuto fare altrettanto sono diventate (e diventeranno) ricettacolo dell’invenduto residenziale; altre funzioni continuano a sommarsi in centro senza alcun controllo o dove meglio gli aggrada (Porte di Roma, Eur Castellaccio…). Si può ancora parlare di un progetto possibile?

Si potrà farlo, abbandonando i tatticismi e le furbizie (questo mezzo può passare, questo no…) e le dichiarazioni ad effetto del tipo di quelle che hanno costruito la festa/evento della notte tra sabato 3 e domenica 4 agosto (ora troviamo i fondi, serve intercettare un grande manager, siamo solo all’inizio, per ora iniziamo con “la banda dei vigili che accompagnerà le autorità”….). Si potrà farlo considerando questo progetto come un restauro a scala urbana.

Come ogni restauro, anche il Progetto Fori deve avere delle ragioni “certe”” da cui iniziare. In questo caso la ragione non può essere che l’obbligo di farlo. Nell’inventare questo ritorno al futuro non c’è solo il “liberare” un suolo. È l’occasione per ricostruire le condizioni originarie del paesaggio. Nel rendere leggibili le relazioni tra i manufatti, si costruisce la nuova topografia. Nel continuare lo scavo del Foro della Pace, nel tirar via da sotto la strada il tempio, si fa dell’aggregazione dei Fori il cardine della trasformazione urbana, la grande piazza “riconoscibile” del mondo. Non si parla dell’eliminazione di una strada; né del risarcimento al piccone demolitore di Mussolini. È il tentativo di resistere al declino delle città imposte dal liberismo. Si crea uno straordinario spazio pubblico.

È un progetto a riconoscere che non è solo un decreto ministeriale, una delibera comunale, una categoria urbanistica, una consuetudine a definire i confini del centro. È un progetto a definire che di questo dovrà far parte come un’area viva lo spazio sistema che da piazza Venezia si spinge verso il Colosseo, il Circo Massimo, si attacca alle mura per spingersi verso il cuneo verde dell’Appia; luoghi tutti, oggi, isolati nella loro splendida solitudine. Che scavare vuol dire conquistare e raccordare tra loro la quota archeologica del Foro della Pace ( +17mt), attraverso la creazione di un museo, con quella del Colosseo (+23mt). Che conoscere la stratificazione storica è capire la modalità che la città si è data per costruirsi nel tempo, che non ci sono classifiche di importanza; che intrecciando tra loro il Foro della Pace e quello di Traiano si libera un grande quadrato a ridosso del tessuto rinascimentale che ancora esiste. Ritrovare quello che è esistito e quello che si è costruito sul costruito. Scoprire, come è accaduto in questi giorni, che insieme al ritrovamento di un gigantesca colonna di 15 metri in granito si è rinvenuto anche un cantiere di spoliazione dei marmi del secolo XII e, scendendo con lo scavo, un impianto di produzione di metalli del secolo IX.

Serve denaro e servono finanziamenti appropriati, certo. Bisognerà programmarli e i soldi non ci sono, e allora?

Allora si potrà fare, facendo una scelta mai fatta a Roma: legare tra loro gli interessi scientifici, quelli urbani e quelli sociali. Si potrà fare pensando proprio alla realizzazione, da subito, del Progetto Fori come alla risposta dei cittadini al processo di espropriazione da parte del mondo economico finanziario che, operando offshore anche rispetto alle forme di rappresentanza, vogliono continuare a strangolare Roma. Si potrà fare con un atto d’indirizzo preciso: non riconoscere il debito immane di Roma Capitale, che si frappone alla realizzazione di questo progetto.

È nel debito che s’annida il nostro impoverimento, la precarizzazione del lavoro, è il debito a non farci vedere vie d’uscita, a legarci al quotidiano, a dire che dobbiamo guardare ai soldi dei privati e assistere impotenti al fatto che in cambio dobbiamo cedergli pezzi, sempre più pregiati, del patrimonio pubblico.

Non riconoscere il debito prodotto dalle banche del mondo e dai loro titoli, e destinare piuttosto al Progetto Fori quella massa monetaria, avrà anche il significato di coinvolgere il mondo in un progetto che non potrà vedere impegnati soltanto noi.

La vasta opera di restauro a scala urbana vorrà dire operare sulle singole aree per giungere alla definizione del dettaglio e permettere di “vedere” i manufatti riportati alla luce. Un lavoro lungo, imponente, un progetto in continua evoluzione che non va avanti in base ai flussi di finanziamento, ma con l’intelligenza di inventare, scavo dopo scavo e con la partecipazione di tutti, l’idea di città dove vogliamo vivere.