COMMONS

Étienne Balibar: l’Europa, la cittadinanza, la democrazia

A colloquio con il filosofo francese dopo il seminario all’università La Sapienza.

In occasione del seminario “Europa, cittadinanza e democrazia” tenutosi a Roma il 21 maggio scorso abbiamo incontrato Étienne Balibar, sollecitandolo a rispondere ad alcune questioni relative agli scenari di un possibile processo costituente e alle proposte di un nuovo patto politico ed economico per l’Europa. Qui il programma completo del ciclo di seminari “Dalle pratiche del comune al diritto alla città” a cura del Nuovo Cinema Palazzo, l’Istituto Svizzero di Roma e la Libera Università Metropolitana.

L’intervista che segue è stata curata da Claudia Bernardi e Luca Cafagna

Contributo di riflessione di Marco Iasci:

Nell’ultimo periodo, in Italia e non solo, si sta riaprendo un acceso dibattito sul presidenzialismo come possibile soluzione all’ingovernabilità e all’impossibilità di riforme derivanti dal blocco politico-istituzionale del paese. La forza di questo dibattito si basa sulla considerazione di un’anomalia nella situazione italiana rispetto a quella europea, da un lato per il radicalizzarsi della crisi del sistema dei partiti, precipitata recentemente nella fine della cosiddetta “Seconda Repubblica”, dall’altro per il persistere di una serie di questioni istituzionali mai risolte (corruzione, ruolo di supplenza politica della magistratura, crisi del sistema di rappresentanza) che proprio alla Seconda Repubblica hanno valso lo stilema di transizione infinita.

A fronte di questo dibattito però è importante notare come nel nostro paese, a seguito della crisi istituzionale del 2011 e alla conseguente espansione dei poteri del Presidente della Repubblica, un presidenzialismo di fatto si sia già dato.

Anche ricollocando la crisi italiana all’interno dell’attuale contesto di crisi europeo, ci accorgiamo subito che i limiti e i blocchi incontrati dai governi non dipendono esclusivamente dalla specificità italiana. Ne è un esempio lampante la situazione francese, in cui la forma di governo semi-presidenziale, sancita dalla Costituzione, vede il presidente Hollande oscillare tra impopolarità e sanzione dei mercati, una forbice che ha come conseguenza principale un blocco del riformismo francese e più in generale una situazione di immobilità politica. Le trasformazioni delle forme di governo in Europa, a partire dai governi imposti dalla Troika (in primis in Italia con Monti e in Grecia con Papademos), rientrano nella categoria schmittiana, di “dittatura commissaria”, ovvero come l’introduzione di stati d’eccezione nazionali funzionali ad una gestione neoliberale della crisi del capitalismo. Questa rivoluzione dall’alto ha sempre più identificato la tecnostruttura, affiancata da imprese finanziarie e imprese transnazionali, come “un potere forte in grado di gestire sia il funzionamento politico che il ciclo economico impazzito”.

A differenza, però, del contesto storico-politico nel quale Schmitt ha collocato la sua riflessione sulla dittatura commissaria ancora legato allo Stato sovrano, oggi la riproposizione di forme commissariali del potere politico si situa in un contesto propriamente post-statuale. In altri termini, possiamo dire che oggi la dittatura commissaria si confonde con la dittatura sovrana e assume la natura di un dispositivo costituente, finalizzato al governo delle popolazioni.

È importante notare come il processo di finanziarizzazione in atto produca immediatamente una trasformazione delle stesse forme politiche, impedendo di proporre in alcun modo un discorso analitico che tenga separate politica ed economia; assumendo questa prospettiva possiamo affermare che la dittatura commissaria costituisca oggi una delle forme privilegiate della governance europea.

Prendendo in considerazione le differenze che attraversano lo spazio politico europeo e la forma Stato moderna (con particolare attenzione per quella democratico-rappresentativa) è evidente che l’Europa, al momento attuale, non può essere pensata come un Super-Stato, né il processo europeo sembra, d’altronde, andare in questa direzione. Ciò si evince dal fatto che l’Europa pur non avendo una costituzione formale, bocciata in più paesi dai referendum, possiede però di fatto un assetto costituzionale definito dalla fitta rete di trattati, da un insieme di fonti normative ibride, pubblico-private, dallo sviluppo incessante della giurisprudenza europea. Queste fonti delineano uno statuto in divenire, una costituzione “processuale”, che si situa oltre lo stesso rapporto dialettico tra costituzione materiale e costituzione formale.

Questo assetto costituzionale genera due conseguenze principali: una prima conseguenza è la messa in crisi dell’identità tra il monopolio della produzione di diritto e quello dell’uso della forza per come si è data nello Stato moderno. L’orizzonte europeo, infatti, scinde i due monopoli; da un lato le fonti normative comunitarie hanno immediata effettività all’interno degli ordinamenti nazionali; dall’altro gli Stati-membri continuano a monopolizzare l’uso della forza.

L’altra conseguenza riguarda il venir meno della coincidenza tra Stato e Territorio. L’Europa, configurandosi come un campo di tensione tra gli interessi dei singoli stati risente della mancanza di uniformità nella produzione di diritto. Infatti, a differenza dello stato moderno, in cui lo spazio fisico di applicazione delle norme aveva dei confini ben definiti, lo spazio politico europeo non si configura più come unitario; assistiamo invece alla moltiplicazione dei livelli politici che frammentano lo spazio comunitario (né è un esempio la non coincidenza dello spazio dell’Euro con lo spazio dell’Europa dei 27). Più in generale lo stesso processo di integrazione, attraverso l’individuazione di indicatori ed obiettivi economici, ridisegna continuamente lo spazio politico europeo.

La stessa Banca Centrale Europea non eredita le funzioni delle banche centrali dei singoli stati nazione, ovvero quella di supportare l’azione politica tramite il monopolio della sovranità monetaria. La BCE, nonostante abbia uno statuto privato, esercita una vera e propria funzione di indirizzo politico che, sfruttando questo periodo di crisi economica e in continuità con gli interessi delle componenti private che la compongono, si risolve nell’imposizione di politiche di chiaro stampo neoliberale.

>Si pone qui il problema del controllo democratico della moneta, ma più in generale la necessità di immaginare una risposta al deficit di democraticità dell’intera Europa, messo in evidenza dalla mancanza di mediazione tra le istituzioni europee e la cittadinanza.

A riguardo risulta molto interessante riprendere il dibattito, dello scorso anno, tra Habermas e Balibar. Habermas ha molto insistito sulla necessità di una rilegittimazione dell’Europa che passi attraverso un rafforzamento dei poteri del Parlamento europeo, e attraverso la costituzione di un’opinione pubblica europea in grado di ripristinare l’antico schema dialettico Stato-Società civile. L’analisi di Habermas tende a scindere in due momenti ben distinti la formazione del demos europeo e la democratizzazione delle istituzioni, aprendo la possibilità di un riformismo che parta dalla spinta dei cittadini facendo coincidere il ruolo dei movimenti sociali con la dimensione dell’opinione pubblica. Tuttavia non tiene conto del fatto che le stesse istituzioni politiche europee sono state concepite fin dall’inizio come post-democratiche, in alcun modo aperte alle proposte della cittadinanza. In questo contesto, quindi, non pare sufficiente riproporre un’ipotesi “parlamentarista” su scala europea; di fronte alla crisi di democraticità dell’Europa non è sufficiente riproporre le coordinate della democrazia rappresentativa su scala europea.

Balibar, al contrario, ha insistito sulla necessità di un surplus di democrazia, agito in primo luogo dai movimenti, che sia capace di superare i confini stessi degli stati nazione e dell’Unione europea; occorre reinventare nuovi poteri democratici, definiti da Balibar come dei “contropoteri insurrezionali”. Al contrario di ciò che sostiene Habermas, è impossibile pensare separati il processo di costituzione della cittadinanza e quello di democratizzazione delle istituzioni; è necessario pensarli come un unico momento dove la spinta conflittuale e di dissenso dei movimenti generi contemporaneamente nuova soggettivazione e la possibilità di creazione di nuove istituzioni democratiche.

Infine, è a partire dalla frammentarietà dello spazio europeo che si può e si deve ragionare su nuove istituzioni. Il campo d’azione dei movimenti deve essere capace di reinventare continuamente, proprio a partire da una prassi democratica conflittuale, la spazialità europea e i suoi confini. In questo quadro non si possono ignorare le spinte che arrivano sia dall’Europa dell’Est che dal nord Africa, i cui movimenti migratori ormai da anni mettono in tensione la rigidità dei confini ed evidenziano la centralità della cittadinanza come terreno di conflitto. Lo spazio europeo e la sua continua ridefinizione rappresentano, quindi, una delle principali poste in palio dei movimenti.