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Città globali e città ribelli

Saskia Sassen incontra il Cinema Palazzo

E’ stato l’incontro con Saskia Sassen, che si è tenuto al Cinema Palazzo il 19 giugno, a chiudere il ciclo di seminari “Dalle pratiche del comune al diritto alla città” promosso dal Nuovo Cinema Palazzo in collaborazione con la LUM e l’Istituto Svizzero di Roma.

Gli incontri hanno analizzato il sistema di norme che regola la proprietà e il “diritto vivente” che muove dalla produzione di nuove pratiche, di consuetudini, di precedenti. Ci si è interrogati su come rinnovare la categoria degli usi collettivi, non come riduzione della proprietà, ma come garanzia d’accesso a diritti più ampi; sull’attualità della funzione sociale della proprietà, alla luce del diffondersi della riappropriazione di spazi fisici e simbolici, sulla capacità ri-creativa del diritto, sulle norme, istituti, dispositivi che consentano di radicare il comune.

In particolare l’incontro con Saskia Sassen è servito per analizzare il ruolo che il territorio e la città hanno acquisito nella ri-definizione degli spazi politici con la scomparsa dello stato nazione.

Quest’occupazione, ha detto nell’aprire la conferenza la sociologa della Columbia University, riferendosi al cinema Palazzo, è un territorio; anzi è proprio questa occupazione a fare territorio. Bisogna però interrogarsi sul significato delle categorie e sulla loro instabilità, perché il concetto di territorio, come il concetto di finanza, sono instabili. E’ solo trovando uno spazio di libertà del pensiero che è possibile recuperare il significato delle parole.

“Io lavoro, ha detto, pensando a ciò che c’è prima delle categorie, attraverso quelle che chiamo Tattiche Analitiche. Queste precedono il metodo, all’interno di una sorta di indignazione epistemica (che riguarda la volontà scientifica) per cercare di vedere soprattutto quello che non vedo. Pratico questa indignazione prima di tutto. Vado a vedere nella penombra, fuori dal cono della luce, non rifiuto le grandi categorie così come sono definite, ma voglio capire anche cosa resta fuori da quello che conosciamo come tale. Per recuperare il fare delle categorie, voglio indagare quando i senza potere hanno fatto la storia.”

Sassen utilizza, per chiarire il suo metodo di analisi, l’esempio della categoria di “migranti”. Si chiede quali siano gli spazi dove gli uomini vengono letti come migranti.

Dice di indignarsi quando ascolta che il 75% della popolazione mondiale in futuro sceglierà di vivere nelle aree urbane, perché sa che questa non è una scelta, ma il risultato dei milioni di ettari che, tra il 2006 e il 2012, sono stati acquistati dai paesi forti, minando di fatto la sovranità territoriale e alimentare di paesi che hanno visto espellere da quei territori ceduti la propria popolazione. Nell’ombra vede che si parla di scelta, ma che in realtà si tratta di espulsione dai territori e costrizione a trasferirsi in città.

Il cono di luce che avvolge le città mostra l’urbanizzazione, ma scrutando fuori dal confine della luce, si vede che nelle città di oggi c’è molto di non urbano. Non è la densità, per Sassen, a costruire la città, ma è la complessità che ne definisce la categoria. Ogni territorio è segnato da logiche di potere e logiche di rivolta, ma è all’interno delle città che tutto questo diventa visibile. Le aree urbane rendono visibili i fenomeni di espulsione e segregazione, le forme di brutalità elementari proprie della complessità. E’ la finanza che produce queste piccole violenze che si moltiplicano, la finanza che non è l’economia. I governi hanno finito di governare e si limitano a fare contabilità.

Sassen ha concluso parlando dei movimenti occupy che negli ultimi mesi hanno animato le piazze di numerose città, molto diverse fra loro. Sono movimenti che indicano una traiettoria, una tendenza sotterranea, da capire, hanno ognuno una propria specificità e tutti insieme stanno costruendo una nuova storia. Come avviene per le fabbriche che in ogni paese del mondo, ognuno diverso dall’altro, producono lo stesso identico prodotto industriale, la stessa materialità per milioni di pezzi, migliaia di giovani in paesi diversi, per i quali la cittadinanza è un contratto interrotto, si riversano per le strade, con modalità molto simili. Ed è la strada a diventare lo spazio indeterminato più significante: siamo presenti, ci dicono quelle masse di persone, che con i loro corpi fanno territorio. Assistiamo alla capacità di una moltitudine di risignificare lo spazio e di fare storia.

L’incontro è stato presentato da Bianca Mennini del Cinema Palazzo Occupato con la relazione che segue.

Saskia Sassen ha incentrato i suoi studi sulle tematiche della sociologia urbana, soffermandosi in particolare sull’analisi dei cambiamenti politici e socio-economici che la globalizzazione ha innescato nelle città.

Il Nuovo Cinema Palazzo incarna appieno la complessa spazialità della metropoli e dei suoi territori. È uno spazio occupato – da più di due anni – esattamente da quando la proprietà decise di affidarne la gestione a una società pronta a trasformarlo in un casinò, cancellando in tal modo il valore sociale e simbolico riconosciutogli dagli abitanti del quartiere di San Lorenzo. Un territorio, questo, dotato di una memoria storica, politica e civile molto forte, che non ha accettato di assistere passivamente alle trasformazioni imposte dall’alto. I cittadini di San Lorenzo hanno resistito e difeso il Cinema Palazzo e, attraverso l’occupazione, lo hanno restituito alla cittadinanza, come spazio culturale aperto, inclusivo, partecipato. In questi due anni si sono avviate pratiche di incontro, dibattito, confronto, che hanno ri-disegnato le connessioni territoriali e rafforzato la capacità della cittadinanza di intraprendere percorsi di autogoverno, come quello della Libera Repubblica di San Lorenzo. Il ciclo di seminari s’inserisce in questo processo, immaginato come tappe di autoformazione e riflessione capaci di colmare il divario tra teoria e pratiche. L’esperienza del Nuovo Cinema Palazzo si è dunque tradotta in spinta – condivisa con altri spazi culturali di recente occupazione – a superare il concetto di proprietà nella sua declinazione dicotomica pubblica/privata, per trovare nuove modalità del nostro relazionarci con i beni, modalità generative e non estrattive, istitutive di un “bene comune”. Il potere creativo delle pratiche è stato così valorizzato come prospettiva inedita da cui guardare alla produzione giuridica, come un potere costituente “dal basso”.

Ragionare, oggi, sul significato del diritto alla città, ci ha portato a mettere in discussione una cultura e una gestione politica che esprimono il primato degli interessi privati e hanno avviato un processo di urbanizzazione che – nella definizione delle proprie priorità – antepone sistematicamente il valore di scambio al valore d’uso dello spazio e promuove un’idea del sistema urbano come “macchina della crescita”.

L’aumento della finanziarizzazione della città materiale conduce all’erosione dello spazio pubblico e non può quindi essere disgiunta da una negazione della stessa dimensione politica dello spazio urbano.

Saskia Sassen, con i suoi lavori, ha contribuito ad analizzare le ripercussioni sociali che il passaggio all’economia post-industriale ha riversato tanto nello spazio urbano che nel rapporto tra quest’ultimo e il territorio nazional-statale. L’emergere delle “città globali” ha infatti sancito l’affermarsi di un modello di città al cui interno è sempre più ampio il differenziale socio-economico tra élites globali – impiegate nei settori formali – e gruppi marginali, attivi nei comparti informali. Divisioni che si riflettono anche nell’organizzazione urbanistica che – attraverso i progetti di rigenerazione – fa coincidere la segregazione sociale e politica con l’esclusione spaziale e la ghettizzazione, come nuove forme di enclosures e dispositivi di controllo da parte dei ceti dominanti.

Allo stesso tempo, la città della produzione post-fordista agisce sempre più da nodo delle reti economiche globali, che riarticola il territorio statale. Questa nuova funzione fa della realtà urbana il centro del nuovo potere politico mosso dalle transazioni finanziarie ed esercitato dagli attori protagonisti della globalizzazione economica.

La nuova relazione tra città e territorio avvia lo scompaginamento della coincidenza tra sovranità-territorio-popolazione operata dallo stato-nazione. Sassen afferma come tale composizione sia stata l’esito di un processo storico che – proprio a partire dalla città – ha prodotto un assemblaggio contingente di diversi elementi controllati dall’autorità esercitata dalla sovranità statale sul territorio. L’epoca della globalizzazione, alterando questo equilibrio di forze, apre a nuove configurazioni del potere, plasmate dall’azione congiunta degli attori formali tradizionali e di nuovi soggetti informali. Non assistiamo dunque alla semplice scomparsa dello stato-nazione, bensì alla creazione di nuove istituzioni territoriali che possono sia eccedere i confini giuridici formali che dividono le entità statali, che affermarsi all’interno del loro stesso spazio politico.

Le analisi di Sassen ci parlano dell’apertura di una fase storica caratterizzata dalla produzione di territorialità inedite, che sfuggono al controllo degli attori politici della modernità e, per questo, mettono in crisi anche la legittimità sostanziale delle forme di governo delle democrazie liberali.

Il territorio è l’esito materiale delle lotte per il potere tra attori che agiscono nello spazio. I nuovi assemblaggi territoriali riportano quindi a una realtà in divenire, i cui vettori si spostano a vantaggio di forze che ridefiniscono gli spazi politici in modo da eliminare ogni tipo di controllo da parte dei cittadini, il cui accesso al potere sembra essere così negato.

In questo senso, il territorio appare come una terra nullius, astrazione pura che cancella il suo essere prodotto collettivo e sociale e lo rende immediatamente produttivo, soggetto all’accaparramento transazionale della speculazione finanziaria. Di fronte a queste riconfigurazioni, la città riemerge nella sua centralità come luogo del conflitto: se è vero che diviene scenario della manifestazione delle forze economiche che operano la de-territorializzazione, allo stesso tempo la città consente la condivisione del medesimo spazio da parte di tutti coloro che resistono – con i loro corpi e con le loro azioni – allo spossessamento operato dal neoliberismo.

La città è anche ricchezza – data dalla diversità e dalle differenze – spazio in grado di produrre nuove solidarietà di lotta e nuove soggettività politiche, promotrici di pratiche capaci poi di trasmettersi e diffondersi anche al di là dei suoi confini.

La crisi economica globale ha messo in luce i paradossi di un modello di sviluppo fondato sui principi di privatizzazione e deregolamentazione, svelando anche l’incapacità da parte della sovranità statale di ridurre e gestire la complessità della realtà entro le proprie categorie operative. Anche nei paesi del Nord del mondo, assistiamo a un potere statale che reagisce in difesa dei propri spazi e dei propri confini attraverso il dispiegamento dell’uso della forza, quale strategia residuale per affermare la propria legittimità.

Le pratiche di resistenza che hanno animato le piazze delle città del mondo negli ultimi anni, ricorda Sassen, vanno al di là della mera protesta. Sono occupazioni, rivendicazioni di diritti sullo spazio e nello spazio, che danno materiale concretezza, performano il diritto alla città. Grazie a queste azioni politiche, lo spazio urbano viene ri-significato attraverso l’atto generativo di nuove territorialità.

Ci chiediamo quindi se tali pratiche possano portare alla creazione di nuove istituzioni… e ancora, se sia possibile immaginare una nuova struttura territoriale reticolare, che – parallela alla gerarchia delle città globali – unisca le città ribelli…