DIRITTI

A Roma polizia a processo: referti falsi e minacce

“Mi hanno costretto a ritrattare il referto”. Così il medico che soccorse i manifestanti feriti dalla polizia negli scontri del 14 novembre 2012 a Roma. Salta fuori l’ennesimo abuso della polizia italiana.

La sentenza della corte di Strasburgo sui fatti della Diaz due settimane fa. Seguono, pochi giorni, dopo le dichiarazioni di Fabio Tortosa, agente della polizia in servizio durante l’assalto alla scuola genovese: “Ci rientrerei mille volte!”. Ora questo. Con la differenza che qualcuno, stavolta, è stato preso con le mani nella marmellata.

Ricostruiamo i fatti: il 14 novembre del 2012, migliaia di studenti scendono in piazza in tutta Italia. A Roma il centro storico è completamente bloccato dai giovani delle scuole superiori e delle università che protestano contro l’austerity. E’ la prima protesta di massa contro il governo Monti, quello delle “larghe intese”, che porterà con sé le prime misure per “rassicurare i mercati”. Sul lungotevere i manifestanti vengono fermati dalla polizia, si tenta di superare il blocco, la reazione dei reparti mobili è violentissima. Cariche sulla testa del corteo, lancio di lacrimogeni, caccia all’uomo (allo studente medio) nelle strade del centro.

A terra restano otto studenti, che trovandosi nella parte anteriore del corteo, vengono trascinati via dalla polizia, malmenati, insultati e tradotti in prigione. A loro si aggiungeranno altri 50 fermi. Uno dei manifestanti, G. C., denuncia all’autorità giudiziaria il comportamento dell’agente che lo arresta, Alfio Paradiso, accusandolo di averlo più volte colpito mentre era a terra indifeso.

Ieri la svolta nel processo. Nell’articolo di G. Scarpa, uscito su Repubblica, si legge come durante l’udienza, Claudia Siciliano, medico che assistette i feriti a margine degli scontri, è scoppiata in lacrime davanti al giudice, dichiarando di essere stata chiusa in una stanza dalla DIGOS di Roma e costretta, sotto minaccia, a falsificare il referto di G. C.: “Mi dissero se non firmi non ti facciamo uscire dalla stanza. Se non firmi ti troviamo per strada e non sappiamo quello che ti potremmo fare”. “L’ho firmato contro la mia volontà, e quindi vi dico oggi che lo disconosco” ha concluso la testimone.

La dottoressa ha raccontato di essere stata raggiunta dalla polizia pochi giorni dopo la manifestazione, sul proprio posto di lavoro, e di essere stata costretta a ritrattare un referto, altrimenti – supponiamo – troppo sfavorevole alla polizia, trasformando una diagnosi di “lesioni ed escoriazioni multiple” in “rossori cutanei senza lacerazioni e perdite ematiche”. Una bella marcia indietro, causata dalle minacce e dalle intimidazioni ricevute. Ma che ieri è venuta alla luce, aggravando la posizione di Alfio paradiso, accusato di lesioni aggravate da abuso di potere.

Una cosa è certa, la retorica delle “mele marce” comincia finalmente a fare acqua lasciando il posto all’immagine, più corretta, di polizia e carabinieri che nelle piazze agiscono nel totale arbitrio, fuori da qualunque regolarità anche solo formale. Alla battaglia sui numeri identificativi e a quella per l’introduzione del reato di tortura va ormai aggiunta la consapevolezza che questi signori non si fermano davanti a niente. Ma prima o poi ci devono sbattere il grugno.