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L'hotspot di Taranto: fabbrica di clandestinità e differenza

Leggi anche: Sulla loro pelle. Produzione e governo dell’"emergenza" profughi in Italia

Il non–luogo si trova al varco Nord, porta di ingresso alla città dalla statale 106 che collega Taranto alle regioni Basilicata e Calabria. Probabilmente, i 20 km quadrati più inquinati d’Europa. Lì dove il paesaggio è mutato nel tempo, circondato nel suo perimetro dall’Ilva e dagli scarichi del porto, stretto a valle tra la raffineria dell’Eni e il cementificio di Caltagirone, discariche di rifiuti industriali e inceneritori comunali, c’è spazio anche per la “merce migrante”. Scarti, di popolazione e territorio. È in questa zona, infatti, che dal 17 marzo scorso è operativo uno dei cinque hotspot italiani istituiti dalla “roadmap migratoria” fortemente voluta da Consiglio e Commissione Europea; cioè, le strutture vicini ai punti di sbarco ( gli altri centri già attivi si trovano a Lampedusa, Pozzallo e Trapani) in cui, parafrasando il linguaggio della burocrazia europea: “ dovrà essere assicurata l’identificazione, la registrazione, il rilevamento delle impronte digitali e l’accoglienza dei richiedenti protezione internazionale e degli altri migranti, e nel contempo assicurare la ricollocazione e i rimpatri”.

L’hotspot funziona così: in questi luoghi che agiscono da veri e propri dispositivi differenziali, le persone sono divise per etnia. Possono accedere immediatamente alla procedura d’asilo o al ricollocamento soltanto i profughi appartenenti a una della quattro nazionalità ricollocabili (siriani, eritrei, iracheni, o persone che fuggono dalla repubblica centro – africana). Per i transitanti di altra nazionalità, sono “aperte”, si fa per dire, diverse possibilità: possono presentare domanda d’asilo, dopo la presa obbligatoria delle impronte digitali, ed essere così “parcheggiati” nelle strutture d’accoglienza italiane, senza poter uscire dal nostro Paese (a volte anche per più di un anno) in attesa del responso della commissione territoriale di appartenenza, che in molti casi forniscono dinieghi. Le altre vie possibili, per i migranti che vengono condotti nei centri hotpost sono: il collocamento in un Centro di identificazione ed espulsione (Cie) in attesa del rimpatrio. Possibilità, quest’ultima, che si può verificare in seguito al rifiuto della persona di sottoporsi ai rilievi foto dattiloscopici. Oppure, si può essere destinatari di un provvedimento di rimpatrio differito ed essere respinti, ovvero essere espulsi dall’Italia con l’obbligo formale di lasciare il Paese entro sette giorni.

A puntare il dito contro la pratica (vietata dalla convenzione internazionale di Ginevra) messa in atto negli hotspot, dei respingimenti collettivi in base alla nazionalità - perché di questo si tratta – sono stati, tra gli altri: i deputati del gruppo di Sinistra Italiana ( Sel) Donatella Duranti, Michele Piras e Celeste Costantino che in un’ interrogazione depositata ieri hanno posto diverse questioni al Ministro degli Interni, Angelino Alfano, e allo stesso Presidente del Consiglio, in particolare: “con specifico riferimento al centro di Taranto non risulta chiara la natura della struttura in cui, tra le altre cose, è stato accertato la presenza di migranti trattenuti oltre le 48 ore, senza la comunicazione all’autorità giudiziaria”. Dunque, si sarebbe verificato – secondo i parlamentari: “ un’estensione, senza convalida, del fermo di polizia”. Non solo. Alcuni dei migranti che sono passati per l’hotspot di Taranto “sono stati trattenuti per oltre 72 ore dopo le procedure di fotosegnalazione, quindi illegalmente e in assenza di motivi che giustificassero il trattenimento” si legge nell’interrogazione. Inoltre, sarebbe emersa una grave lesione del diritto all’informativa legale. Ipotesi suffragata dal fatto che il 31 marzo scorso, e nei giorni immediatamente a seguire, ad oltre duecento persone di nazionalità marocchina è stato notificato un provvedimento di respingimento differito e - lo hanno dichiarato gli stessi profughi in diverse interviste: “non siamo stati informati circa la possibilità di richiedere asilo”. Il caso dei 250 marocchini espulsi e abbandonati alla stazione di Taranto – che si trova a circa 500 metri di distanza dall’hotspot - senza acqua, né cibo, nessuna indicazione su dove andare e come, fa il paio con i respingimenti collettivi dei cittadini di nazionalità gambiana, avvenuti negli hotspot siciliani già negli scorsi mesi. Tant’è che il 22 dicembre 2015 gli stessi parlamentari avevano interrogato il Viminale, senza mai ottenere risposta. Accade che: “la pratica dei respingimenti differiti sulla sola base discriminante della nazionalità oltre che a violare la Convenzione di Ginevra genera situazioni di estrema vulnerabilità delle persone, escludendole dal sistema nazionale d’accoglienza” così scrivono gli attivisti della campagna Welcome Taranto in un comunicato stampa diffuso ieri: “ i profughi sono considerati migranti economici e dunque non meritevoli di protezione, perché provenienti dal Marocco, un Paese considerato sicuro. Peccato che in Italia non esista un elenco ufficiale che stabilisca quali siano i Paesi considerati terzi sicuri ma che non ci sia alcuna possibilità di racconto delle singole storie soggettive. Di fatto, l’approccio hotspot produce una massa indistinta di persone. Di scarti. È questa l’immagine che i volontari ed attivisti di Welcome Taranto hanno avuto di fronte, quando, tempestivamente e per alcuni giorni, è stato offerto un pasto caldo, un letto, una telefonata. Si è data una vera e propria macchina di governo dell’emergenza accoglienza dal basso, nei giorni scorsi, a Taranto. Molti marocchini respinti sono stati ospitati per alcune notti all’interno di Officine Tarantine, una struttura occupata nel centro cittadino - all’interno dell’aula studio Off Topic - oltre a calore e riparo, hanno trovato solidarietà materiale e politica, concreta.

La stessa gestione della struttura ha destato più di qualche sospetto. A cominciare dal fatto che soltanto qualche giorno fa è uscito il bando di gara del Comune per gli affidamenti dei servizi pasti, e della mediazione all’interno della struttura. Ciò significa che fino ad ora c’è stata una gestione diretta di questi servizi, senza nessun affidamento. Giustificate con l’emergenza sbarchi, si dirà. Anche se, di fatto, già dallo scorso autunno si sapeva che avrebbero istituito l’hotspot. E dunque la gara c’èra tempo per farla. È evidente che l’associazione cattolica Noi è Voi, l’unica ammessa nel centro, oltre alle organizzazioni internazionali, ne abbia tratto in qualche modo vantaggio. Sul sito del Comune, comunque, non c’è traccia di convenzione economica tra il soggetto in questione e l’istituzione comunale. Dunque, avrebbe offerto il servizio di mediazione e assistenza in forma gratuita. Tant’è. Il dominus della struttura è il comandante dei vigili urbani Michele Matichecchia. In questi ultimi tempi ha avuto molto lavoro, dato che è allo stesso tempo capo dei vigili tarantini, direttore dell’hotpost ed è stato dirigente ad interim del servizio appalti e contratti del Comune. Questa mattina (ieri per chi legge) anche gli uomini da lui diretti hanno avuto molto da lavorare. A giudicare da quanto riportato da una tv locale è sembrato di rivedere una scena di venti anni fa; di quando gli stessi vigili tarantini, agli inizi degli anni’90, furono dotati dall’allora sindaco Giancarlo Cito di manganelli da usare eventualmente per albanesi e zingari.

Tornando all’hotspot, il centro è vietato ai giornalisti. Alcune associazioni, tra cui: Asgi Puglia (Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione) Babele Grottaglie e Arci hanno potuto visitarlo insieme alla deputata tarantina Duranti. Il deputato penta stellato Giuseppe Brescia è entrato nel centro qualche giorno fa, insieme ad alcuni consiglieri regionali del M5S; anche loro hanno potuto verificare che i migranti vengono respinti senza che sia garantita nessun tipo di assistenza legale. In molti casi senza poter fare domanda di asilo. È quello che è successo nei giorni scorsi a cinque egiziani arrivati a Taranto e spediti direttamente nei Cie; e poi da rimpatriare in un paese sicuro, come è lo oggi l’Egitto in cui ha perso la vita Giulio Regeni!

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