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Louis Althusser, Lenin e la filosofia

Lenin funziona in due modi nella filosofia di Louis Althusser: come scudo e come sintomo.

Come scudo per proteggere l’eterodossia dell’autore dentro la sua paranoica doppia ortodossia nell’Accademia e nel Pcf. Nel primo caso per tacitarli provocando, nel secondo per mettere in difficoltà i critici per cui Lenin era ancora una bandiera.

Molto più interessante è il secondo modo, non solo perché applica all’autore la lettura sintomale che egli stesso faceva degli altri, ma perché traversa e a volte spiega aporie e capovolgimenti del suo pensiero. Lenin è il nome della perpetua deviazione da se stesso e del suo investimento nella storia – per riprendere una fine intuizione di Warren Montag. Ben prima della conferenza del 24 febbraio 1968, Lenin e la filosofia, in cui Lenin e Freud (scopritori del continente storia e del continente inconscio) rappresentavano l’esterno della filosofia, il “rimosso” intollerabile alla sua “ruminazione”, già nel celebre saggio del 1962 su Contraddizione e surdeterminazione, si insinuava di soppiatto il termine psicoanalitico per distruggere ogni equivalenza fra il concetto hegeliano di contraddizione e il suo uso in Lenin e Mao.

In quel saggio Althusser esordisce con considerazioni generiche sull’arte della guerra desunte da Machiavelli e Vauban e dalla rottura bolscevica dell’anello debole della catena imperialistica, ma ben presto imposta in modo più complesso il problema. In ogni contraddizione a quella principale (forze produttive-rapporti di produzione) se ne sovrappongono numerose secondarie e circostanziali: un accumulo quantitativo in cui però esistono momenti surdeterminanti occasionali e irripetibili, che una guida politica deve saper afferrare al volo e far deflagrare. Solo allora il coacervo di contraddizioni secondarie si fonde necessariamente mettendo in moto quella di fondo e facendo saltare lo stato di cose vigente con il “miracolo” della rivoluzione. Il punto decisivo è il carattere sovrastrutturale e imprevisto degli elementi di per sé eterogenei e non dirompenti su cui si può far leva per far precipitare la contraddizione. La surdeterminazione freudiana svolge un ruolo decisivo per far emergere quanto nella teoria di Lenin era implicito ed era afferrabile solo dalla prassi che ne era discesa (le Tesi d’aprile, la battaglia di minoranza, la “forzatura” della situazione a ottobre). Ancora in quel testo (che sembra anticipare la fase “aleatoria” del suo pensiero) la possibilità che si dia una “dissipazione” piuttosto che una “fusione” dei flussi concorrenti è però appena accennata e prevale l’idea che, sì, l’eccezione sconvolge la regola ma ne fonda una nuova, instaurando una logica abbastanza stabile.

Sarà la sconfitta del 13 maggio 1968, quando i due lunghi cortei degli studenti e degli operai procederanno in parallelo senza associarsi (il clinamen mancato per sabotaggio, la pioggia nei suoi effetti evitati), che impianterà in Althusser il dubbio sul carattere instabile del “far presa” e “sorpresa” e a questo punto anche il disfacimento del socialismo reale dimostrerà che non solo un processo rivoluzionario in apparenza ben riuscito può fallire, ma anche il prodotto della rivoluzione leninista può degenerare e crollare, non essendovi nessuna predestinazione, nessuna garanzia che da una causa segua sempre il medesimo effetto a causa dell’aleatorietà degli incontri. Il fatto compiuto non conferisce perennità e perfino nel successo congiunturale esemplare dell’Ottobre è virtualmente presente il fallimento. Con il primato della deviazione, l’eccezione non si fa regola (il socialismo staliniano in un paese solo concepito quale stadio storico), ma resta pur sempre una crisi che può precipitare in un senso o nell’altro. Resta il “pensare agli estremi” (sempre Lenin e Freud), cioè occupare il posto dell’impossibile per rendere possibile il pensiero – la grande lezione di Machiavelli, che dal 1964 diventa, insieme a Spinoza, il riferimento più esplicito di Althusser.

La stessa filosofia aleatoria diventa ora “posizione” e non sistema, non “filosofia marxista” ma “filosofia per il marxismo”: una non-filosofia per un non-stato, come dirà nella conferenza di Granada del 1976. Con il che siamo ben oltre la diatriba degli anni ‘60 su scienza e filosofia, teoria e prassi. L’attenzione cade sulla struttura della congiuntura più che sulla dialettica. Lo stesso scontro delle tendenze si distende in una metafora più sfuggente di quanto sembri. Al contrario del filosofo idealista, che crede di sapere in anticipo orari, stazione di partenza e di destinazione, «il materialista è un uomo che prende il treno in corsa (il corso del mondo, il corso della storia, il corso della propria vita), ma senza sapere da dove viene il treno né dove va. Egli monta su un treno a caso, quello che gli capita, e vi scopre le installazioni fattuali del vagone e da quali compagni è fattualmente circondato, quali sono le conversazioni e le idee dei suoi compagni di viaggio e quale linguaggio determinato dal loro contesto sociale essi parlano». Il treno allegorico dell'avventuroso materialista è il treno piombato, locomotiva 293, che attraversò Svizzera e Germania, caricò qualche riluttante compagno di partito e oggi è custodito in una teca alla stazione di Finlandia a Vyborg. Lenin ne scese, enunciando tesi minoritarie devianti dal comune sentire democratico-rivoluzionario di Pietrogrado e dalla stessa strategia bolscevica. Il treno e il giusto riscontro con la guerra, il tempo e i soviet.

Ma proprio per la logica del clinamen e della deviazione è impossibile riproporre lo schema delle congiunture riuscite una volta dissolte. È confortevole commemorarle, ma senza privilegiare al
cattivo nuovo la nostalgia del trascorso. Parliamo del ‘68 e del ‘77, non solo del centenario ‘17.



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