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Ancora ombre sugli spari fuori dall'Olimpico

Domani, sabato 10 maggio, a Napoli in Piazza Dante alle ore 16.00 ci sarà un presidio per Ciro, Alfonso e Gennaro,per chiedere la verita’ sui ragazzi feriti a Roma e per dimostrare solidarieta’ ai familiari delle vittime.

Pubblichiamo dei contributi di alcuni compagni tifosi della Stella Rossa e una lettera dalla società di calcio antirazzistalettera di Afro Napoli United per continuare a far luce sulla vicenda degli spari fuori l'Olimpico prima di Fiorentina-Napoli.

Una lettera dai compagni di Napoli presenti all'attacco di De Santis e altri fascisti contro il pullman di tifosi, a Tor di Quinto.

E' difficile prendere parola dopo questi giorni, viene voglia di chiudersi nel silenzio più sordo,stringersi attorno alle persone che come te posso guardarti negli occhi e parlare perchè conoscono la verità dei fatti o almeno hanno l'umiltà di ricercarla fuori dai preconcetti. Abbiamo aspettato nel rispetto di Ciro e della sua condizione, abbiamo sperato che fosse fuori pericolo di vita, avevamo paura di unirci alle tante voci che si sentono in questi giorni, posizioni che si contraddicono continuamente , lezioni di vita e come spesso accade in questo paese tutti parlano da professori dell'argomento, ma magari non ne sanno nulla.

Anche noi eravamo all'Olimpico quel maledetto sabato 3 maggio, ma sarebbe meglio dire che eravamo a Tordi Quinto.. perche all'Olimpico non ci siamo mai entrati. Eravamo come sempre insieme a tanti amici e compagni che dalla periferia nord di Napoli si muovono per andare a vedere la squadra della nostra città. Conosciamo bene Ciro, cosi come conosciamo bene Alfonso e Genny anche loro colpiti dai proiettili della pistola di De Santis, li conosciamo non per sentito dire ma perchè con loro abbiamo fatto pezzi di strada insieme, siamo stati spalla a spalla nelle curve del San Paolo tante volte. Ci permettiamo di nominarli solo perchè eravamo li con loro, solo perchè sappiamo chi sono e quanto amano la vita e la loro città.

Ciro -è stato detto e ridetto- viene da Scampia, il quartiere dove gioca la Stella Rossa e come tanti ragazzi di quel quartiere lo abbiamo anche visto venire a curiosare in curva all'Hugo Pratt per capire con i propri occhi cosa fosse questo tanto chiacchierato calcio popolare. Se prendiamo parola non è certo per descrivere il profilo umano dei nostri 3 amici, che fortunatamente è venuto fuori nonostante il circo mediatico abbia provato fin dalle prime ore a parlate di “motivi estranei al calcio” o “agguato camorristico” solo perchè sulle tessere d'identità di questi tre ragazzi figuravano residenze a Mugnano o Scampia. C'è voluta tutta la dignità della famiglia e del suo quartiere per scongiurare lo sciacallaggio della stampa sulle origini dei tre, ma gli sforzi non hanno impedito che la storia della sparatoria passasse in secondo piano rispetto a fantomatiche trattative Stato- Ultras - Camorra che solo Saviano e altri giornali continuano a vedere e dalla nuova crociata mediatica che sembra essersi scatenata da ieri sugli ultras. Se prendiamo parola è per cercare di leggere quello che è successo dentro una visione più complessiva che prova a farsi alcune domande cui difficilmente troveremo risposta.

Che la finale Fiorentina-Napoli avesse qualcosa di strano lo si era capito prima del 3 maggio, quando tutta la città e anche i gruppi organizzati erano in attesa dei biglietti per la curva, quelli più popolari. In uno strano balletto di conferme e smentite i biglietti non sono mai stati venduti al pubblico ma son andati sold out prima di uscire, senza che nessun giornalista si facesse troppe domande. Dopo qualche giorno i biglietti sono spuntati fuori nelle mani della questura a patto che però si viaggiasse con i pullman, come nelle mega pubblicità in giro per la città. Ovviamente nessuno dei gruppi ha accettato questo ricatto e tanti hanno deciso di partire con le proprie auto. Il parcheggio destinato ai napoletani è quello di Saxa Rubra, storica sede della Rai, nel quartiere Tor diQuinto. E' qui che succede quello che tutti sanno, che oggi viene confermato anche dai video dei tifosi presenti sui pullman dei club: Daniele De Santis, insieme ad altre 4-5persone, tenta l'assalto ai pullman cercando di far scendere i tifosie brandendo torce e bombe carta. Gli stessi napoletani presenti sul pullman chiedono l'aiuto di quei pochi che si erano attardati in corteo dopo aver parcheggiato le macchine. All’accorrere di persone“Gastone” rincula verso il Trifoglio e quando si vede abbandonato dai compari spara 4 o più colpi di pistola fino a quando la stessa,per fortuna, si inceppa. Solo successivamente l'ex esponente dellaSud romana subirà le conseguenze del suo gesto folle mentre trascorrono minuti interminabili prima dell'arrivo dell'ambulanza. La naturale prosecuzione di una storia cominciata “storta” o forse fin troppo dritta è lo show di questi giorni che ribalta l’ordine del discorso e fa di un agguato armato senza precedenti solo il pretesto per parlare di quanto è cattivo Gennaro De Tommaso ( detto a' Carogna). Una narrazione evidentemente molto più utile agli scopi mediatici e politici di chila produce. Solo dopo qualche giorno siamo riusciti a rimettere insieme i pezzi di quell'episodio, ma dopo la disperazione e l'angoscia di quelle ore i punti oscuri e da chiarire sono ancora tanti.

1.Daniele De Santis, un romanista legato agli ambienti della destra estrema, sceglie di compiere quel gesto, di assaltare i pullman dei tifosi napoletani. Lo fa solo dopo il passaggio degli ultras del Napoli che erano in corteo già sul lungo Tevere. Il suo obiettivo sono infatti i pullman dei club contanti bambini e padri di famiglia. Lo fa con una pistola carica in tasca.Per chi, da vicino o da lontano, ha assistito alla scena, per chi ha soccorso Ciro e Gennaro, la reazione di “Gastone “ è senza spiegazioni. Daniele De Santis non ha esitato un solo attimo a sparare e l'ha fatto per uccidere. Non ha mai intimato a chi lo stava rincorrendo di fermarsi, ha sparato nel mucchio e quando la pistolas'è inceppata ha continuato a gridare “ venite vi ammazzo” . Non ci interessa infiocchettare una versione a nostro uso e consumo, ma ciò che si è visto a Tor diQuinto non ha niente a che vedere con gli Ultras e i loro codici. Mai in uno stadio italiano o per una partita di calcio si era arrivati a tanto. Chi ha sparato l'ha fatto con l'intento di ammazzare perchè aveva negli occhi la convinzione che davanti a lui c'era chi non meritava di vivere, e poco importa se fosse un ultras o un padre di famiglia, quello che Gastone voleva era ammazzare come un cane qualche napoletano.. e se quella pistola non si fosse inceppata forse ci sarebbe anche riuscito.

2- Quello che è successo fino all'arrivo dell'ambulanza è ormai noto alle cronache. Quello che non si dice è che il tutto è durato quasi 1 ora e mezza dopo le 18:30.La zona di Tor di Quinto era l'area riservata al parcheggio dei napoletani, un’ area, quindi, che si presumeva super controllata. Non un solo reparto è invece intervenuto nel momento topico,nonostante i tifosi sui pullman continuassero a telefonare. L'unica presenza sul posto era una macchina della polizia in borghese fermata con la forza dai tifosi napoletani e sulla quale è stato caricato uno dei feriti per essere trasportato in ospedale. In una scena surreale una cinquantina di tifosi (come si vede chiaramente nelle immagini dell'arrivo dell'ambulanza) sono rimasti in strada nel raggio di un km senza un solo blindato nella zona più sorvegliata del paese?

Non ci piace la dietrologia all’ingrosso ma resta una forte inquietudine: tra di noi c'è chi va allo stadio da10-15 o 20 anni, chi vive la piazza per ragioni politiche e sociali e sappiamo bene che 50 persone non sono un problema in termini di ordine pubblico. I blindati dei carabinieri sono però rimasti fermi all'ingresso di Tor di Quinto a 6-700 metri dal Trifoglio per circa 1ora e mezza mentre arrivava l’eco di spari e bombe carta, e nonostante un funzionario si trovasse sul luogo dove Ciro attendeva i soccorsi. Com'è possibile che in una zona adiacente all’Olimpico, il luogo dell’agguato, in una serata dove si attendevano 80.000 persone, la prima ambulanza disponibile sia arrivata solo dopo 40 minuti di interminabile angoscia? Come può laQuestura di Roma dichiarare che la gestione dell'ordine pubblico ha funzionato come sempre? La sensazione di essere stati sfiorati dalla morte è davvero molto forte.

3- Il circolo “il Trifoglio”eDaniele De Santis non sono certo luoghi e personaggi neutri. Il circolo messo sotto sigilli qualche tempo fa era un covo di neo-fascisti romani che proprio in un poligono della zona sia addestravano a sparare, forse in attesa del nemico di turno,immigrati, rom, gay o proprio i napoletani che in quanto a odio razzista sono ugualmente “quotati”. Il circolo/discoteca é un luogo di ritrovo degli ultras di destra della città di sponda giallorossa ma non disdegnato dai cugini laziali. Poteva la Questura di Roma non saperlo?Non era forse quello un luogo sensibile in quell’area dove non solo il “trifoglio” ma anche altri locali vengono gestiti dall’estrema destra romana che mette le sue mani da anni anche nelle curve della città?

4 – “Gastone “ è un personaggio particolare, sempre uscito pulito dalle sue “bravate” come quando interruppe il derby Roma- Lazio, insieme ad altri esponenti delle due curve. Quella partita fu davvero sospesa su pressione dei tifosi, perchè si diffuse la falsa voce che un bambino fosse stato investito da una macchina della polizia durante gli scontri tra le tifoserie.Attorno a quel derby sono state dette tante cose ma la verità non è mai venuta a galla. E Danielino, come lo chiamano a Roma, è sempre uscito pulito, forse grazie alle sue amicizie nell'estrema destra etra i palazzi buoni romani. Si perchè proprio lui è stato candidato nelle liste “Del Popolo della Vita per Alemanno” a sostegno di Gianni Giacomini in corsa per il Pdl come presidente dell'allora XX municipio. E’ un caso che sia proprio lui la molla che fa scattare la scintilla il 3 maggio? Proprio lui che aveva partecipato al derby farsa sospeso del 2004? E' possibile che ci siano tutte queste coincidenze? Un fascista spara per ammazzare“qualche napoletano”, la finale si sarebbe fermata sulla rabbia ella notizia.. i giornali avevano già pronte le biografie dei capi della curva per lanciare gli anatemi sulla camorra e gli agguati,mentre sotto traccia vale il “chi se ne fotte si ammazzano tra loro” o “sono napoletani, magari a Scampia sarebbe morti ammazzati comunque”.

Alfano parla di Daspo a vita controGennaro de Tommaso, ne scatta uno di 5 anni dopo pochi giorni e onestamente non riusciamo a capire perché uno che avrà anche la peggior fedina penale del mondo non possa andare in curva a prescindere, perchè nella retorica autoritaria che sta affogando questo paese siamo di nuovo alla psicologia del crimine, al “dna criminale” di un soggetto che non ha la faccia pulita come piace alla Rai e che indossava una maglietta con su scritto SpezialeLibero. Anche l'espresso qualche tempo fa aveva pubblicato un’inchiesta sul caso ponendo dei legittimi dubbi sulla tesi dell'accusa, ma in questo paese non essere in linea con il pensiero ufficiale può avere delle conseguenze terribili ed il reato d’opinione è oggi particolarmente di moda. Siamo in un paese in cui chiedere la verità per Speziale equivale a commettere un omicidio mentre applaudire per 5 minuti 3 assassini di un ragazzo inerme è “onorare le forze dell'ordine”. Ad ogni modo, le domande attorno alla questione sono tante ma né i media né altri provano a porle. Eppure un precedente, meno grave, ma inquietante ci sarebbe. Sempre con i napoletani, sempre a Roma: quella volta al ministero dell’interno c'era Maroni e il pomo della discordia fu il famoso treno devastato. Per i media nazionali i napoletani misero a ferro e fuoco la capitale, cosa poi rilevatasi falsa, ma questo permise di vietare le trasferte ai partenopei per parecchio tempo e di lanciare la forzatura sull'articolo 9 e la tessera del tifoso. Maggiore “sicurezza” in cambio di cessione di diritti e libertà personale. Possono sembrare fantasie, ma siamo in Italia, un paese in cui i poteri non sono certo disabituati a tramare.

Sulla finale di Coppa Italia restano i tanti dubbi e le tante domande ma ci sono anche tante certezze,aldilà delle infamie riportate dai giornali. La comunità dei tifosi del Napoli e delle altre squadre che si è stretta attorno a Ciro e ai feriti, l'immediata reazione degli Ultras che da subito hanno deciso di non tifare e di non esporre gli striscioni. Sulla trattativa diciamo solo che Genny De Tommaso è la vittima sacrificale di questo sporco gioco, perchè per primi gli amici e i compagni di Ciro hanno scelto di non entrare nell'Olimpico dopo quello che era successo: che si giocasse o meno davvero non fregava un cazzo a nessuno. Nessun giornale ha evidenziato come la gran parte dei referenti dei gruppi organizzati sia uscita dallo stadio dopo pochi minuti. Chi ha parlato con società e Questura l'ha fatto solo per avere notizie rispetto alla vita di un ragazzo di 30 anni che era appena sceso dalla sua auto per vedere una partita di calcio eri schiava di non tornare più a casa. Si può dire qualsiasi cosa sulle curve e sugli ultras.. ma quelle 5-6 mila persone avranno il diritto di essere informate sulla sorte di uno di loro, di un loro amico? Mentre per Figc, Prefettura e Governo l'importante era giocare quella schifezza di finale, qualcuno con unminimo di senso di comunità voleva solo conoscere, prima che lo dicessero i giornali e le tribune stampa, la sorte di una persona checome loro era li a Roma e che come ognuno di noi sarebbe potuto restare su quel marciapiedi.

Resterà di questa giornata a Tor diQuinto un ricordo indelebile, perchè quel che è successo li fuori è più grande di ognuno di noi, perche un pezzo delle nostre vite è finito davanti a quel circolo. Il movimento Ultras brancolava ormai da anni, chiunque ne avesse fatto parte sa benissimo che ciò a cui abbiamo assistito non ne è neanche un lontano ricordo. Quei colpi sparati però parlano di altro, di un paese razzista in cui la vita di un ultras, di uni mmigrato o un napoletano vale meno di niente e puoi essere ammazzato come un cane, tanto neanche la partita fermeranno. Non ci sarà neanche il rispetto di evitare i festeggiamenti. Resteranno i cori dei tifosi (non ultras, proprio i cosiddetti “tifosi normali”…)della Fiorentina a ricordare che questo paese è razzista nel profondo della sua anima. Almeno un pò di orgoglio qualcuno l'ha avuto.. fischiando l'inno e scegliendo di non festeggiare in un giorno in cui non c'era proprio niente per cui essere felici. Il calcio è in mano ai potenti e alle tv, ostaggio dei miliardi delle agenzie di scommesse e degli ora riimposti da Sky, gli ultras lo sanno bene e per questo sono quelli che meno si sono adattati a questo sistema.

Come lo sa bene chi conosce le strade nei quartieri delle nostre città. Se davvero pensate che un Ultras possa fermare una partita di calcio non siete di questo mondo. Non l'hanno fermata i morti in Brasile durate la preparazione del mondiale, non l'ha fermata il primo conflitto a fuoco prima di una partita di calcio in Italia, come nonl'hanno fermata gli scandali legati al calcio scommesse o ai campionati truccati. Non siete di questa terra se pensate che lo Stato si sia piegato a Gennaro De Tommaso, mentre questo Stato tutti i giorni nei nostri quartieri si piega più e più volte a trattare con gli interessi della camorra e della mafia, la stessa cheè sempre andata a braccetto con il ministro Alfano e con tanti nelle istituzioni di questo paese. Da uno che ha sempre frequentatoCosentino e Dell'Utri criticare Genny “La Carogna” è quanto meno fuori luogo. In questa terra lo Stato fa affari con la Mafia ogni giorno e difende i suoi interessi a scapito delle comunità come in Val di Susa. In questo paese quelli che hanno stesouna coltre di silenzio sulle vere trattative “Stato-Mafia”straparlano invece di “resa al ricatto camorrista degli ultras”… Quello che ci interessa comunque è parlare di Ciro e della dinamica dei fatti, perchè oggi lui e gli altri due sono paradossalmente anche agli arresti, quando l'unica loro colpa è quella di essersi difesi da uno schifoso fascista. I responsabili, oltre la mano che ha sparato, sono sicuramente i vertici della Questura romana che non hanno fatto niente per impedire che tutto ciò succedesse e chi, ai vertici di quella città ha consentito che un posto come il Trifoglio avesse cittadinanza.

Seguiamo passo passo la salute di Ciro gridandogli forte: resisti, ti vogliamo ancora nelle strade!!

Ciro Genny e Alfonso liberi subito

*Alcuni compagni tifosi della Stella Rossa

Leggi anche il contributo di Afro Napoli United

CIRO SIAMO NOI

Tra napoletanofobia, razzismo e omissioni, la vera Carogna è lo Stato

#difendiamonapoli

Scriviamo questa nota mentre viene diffusa la notizia che Ciro, il ragazzo napoletano sparato a Tor di Quinto che seppur fuori pericolo sta vivendo l'incubo di perdere l'uso delle gambe, si trova in stato di arresto piantonato in ospedale. A una prima versione diffusa dalla questura di Roma nella giornata di ieri, che parlava di insulti e lancio di bombe carta da parte del De Santis, che avrebbe provocato la reazione dei napoletani presi di mira, se ne sostituisce quindi un'altra secondo la quale Ciro sarebbe uno degli aggressori e gli spari una sorta di legittima difesa.

Si tratta di una ricostruzione surreale e delirante dell'accaduto che rifiutiamo con forza, ribadendo che questa vicenda ci riguarda da vicino. Non solo perché è la storia di un giovane di trent'anni sparato a freddo mentre andava a vedere la finale di Coppa Italia da un neofascista con una storia criminale inquietante e amicizie pericolose. Ma anche perché lo zio di Ciro (quello che sta pazientemente rispondendo alle curiosità morbose del mainstream) frequenta il presidio antidiscarica di Chiaiano e Marano; e un altro dei ragazzi feriti frequenta abitualmente gli spazi occupati. Perciò Ciro e gli altri feriti sono innanzitutto ragazzi come noi, che abitano nei nostri quartieri, frequentano le nostre zone e si sono trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato. Esattamente come poteva accadere a ognuno di noi.

Veniamo ai fatti e alle ricostruzioni. Le ultime ore stanno finalmente restituendo, grazie alle testimonianze dei presenti, una narrazione opposta a quella della Questura piuttosto verosimile, che racconta di un vero e proprio agguato teso ai bus che si accingevano a parcheggiare nelle zone indicate dal piano per l'ordine pubblico, ma che evidentemente non erano state adeguatamente sigillate da presenze estranee alla tifoseria napoletana. Un agguato in stile militare che rimanda al sottobosco che lega neofascismo e una parte significativa delle curve romane.

De Santis, l'ultras romanista che la Digos ci tiene a descrivere come uno squilibrato isolato, è in realtà un personaggio con macroscopici trascorsi criminali nell'ambito della criminalità nera. Da sempre profondamente legato ad alcune aree dell'estrema destra romana, più volte arrestato dagli anni novanta a oggi perché coinvolto in numerose inchieste insieme a personaggi di spicco come Giuliano Castellino. Trascorsi che assumono un significato inequivocabile se si pensa che il luogo dove è stata ritrovata la pistola, nascosta dopo gli spari, è quel 57/b di Viale Tor di Quinto, dove si trovano i campi sportivi del Trifoglio gestiti da Alfredo Iorio (fondatore del Popolo della Vita) e il Ciak, di cui Gastone è il custode.

Ci sembra questa l'unica corretta chiave di lettura dei fatti: capire cosa è accaduto e come si è svolta la dinamica, chi ha esploso quei colpi e perché. Invece no. In queste ore sia il mainstream che il libero cicaleccio dei social network hanno scelto tutt'altre priorità. Così, abbiamo assistito alla redazione dell'albero genealogico di Genny 'a Carogna o alla supponente condanna della presunta compromissione degli ultras con la camorra, o ancora alla vergogna di uno Stato che avrebbe passivamente atteso la decisione della curva napoletana per permettere che la partita iniziasse. Quando in realtà la questura di Roma, la prefettura, il ministero dell'Interno e gli stessi tifosi hanno smentito questa ricostruzione, sottolineando che lo svolgimento del match non era mai stato messo in discussione.

Ci chiediamo tuttavia quale sarebbe la sorpresa e quale il motivo dell'indignazione per il confronto con chi, al di là delle costruzioni stereotipate, può avere il polso reale degli animi delle tifoserie in un momento così delicato come quello di sabato sera. Quale sorpresa poi per uno Stato che da decenni si accorda con soggetti ben peggiori, per fatti ben più scellerati?

E' abbastanza ovvio che in un paese intriso di perbenismo, ipocrisia e razzismo il tiro si sposti sul capotifoso con la maglietta a favore di Speziale. Perché gli ultras sono un mondo descritto continuamente come altro, come barbaro, come devianza sociale violenta; un mondo su cui negli ultimi anni però si sono sperimentate simultaneamente le peggiori tecniche di repressione e di biocontrollo, a partire dall'uso indiscriminato di pesantissime misure cautelari e di limitazione della libertà personale, attraverso il Daspo - una pena senza processo - passando per la tessera del tifoso. Un mondo che come la Turchia ma anche la stessa Napoli ci raccontano ha visto spesso gli ultras in prima fila nelle battaglie di natura territoriale. Emerge così la figura, improbabile e ridicola per come viene narrata, del capo supremo, dell'imperatore della curva. Imbastito l'archetipo idoneo alla gogna mediatica e tessuto il vestito adatto, la scena viene spogliata degli spari e degli interessi economici enormi del calcio moderno. Perché se si è giocato dipende certo più da questi ultimi che dalla volontà dei tifosi di essere rassicurati sulle condizioni di Ciro, che a un certo punto la vox populi all'interno dello stadio dava per morto.

Allora vai di camorra e delinquenza, di savianismo e di battute ritrite che diventano sentenze. Ad andare in scena è una vera giostra di napoletanofobia che generalizza e condanna, mentre glissa sui cori come "lavali col fuoco" impunemente alzatisi dalla curva della Fiorentina, ancora più inopportuni dopo i fatti accaduti prima della partita, mentre i telecronisti della tv di Stato elogiavano la compostezza dei viola, contrapposta all'inciviltà dei napoletani. Nello stesso momento in cui tre nostri ragazzi si trovavano in ospedale colpiti dai proiettili e uno lottava per la vita. Ad andare in scena è questa Italia, in cui lo Stato fa capolino solo e soltanto nella forma del grottesco moralista che si indigna per i fischi spontanei e massificati all'inno nazionale da parte di chi si sente da troppi decenni colonia politica, economica e culturale. Questa stessa Italia che impegna migliaia di uomini delle forze dell'ordine per una partita finita in tragedia, ribadendo che il ruolo della polizia e dei carabinieri ha più a che fare con l'innalzamento della tensione e con le provocazioni che con la tutela dei cittadini e delle cittadine.

Così tutti quegli uomini sono serviti solo a caricare continuamente ai tornelli, ad aprire altre teste, a picchiare indiscriminatamente, mentre intorno si consumava un tentato triplice omicidio, in una falla gigantesca del piano di gestione dell'ordine pubblico, dove persino un'ambulanza arriva oltre un'ora dopo una chiamata per codice rosso. E' la stessa Italia che segue dalle poltrone d'ordinanza, indignata e altezzosa, le vicende calcistiche, usandole troppo spesso come palestra per le nefandezze presenti e future. E' l'Italia che non curante della vita di Ciro appesa ad un filo ha pensato a proteggere i tempi televisivi, i tempi dei diritti e degli sponsor. E' l'Italia che è sempre in colpevole ritardo perché prima di raccontare i fatti accaduti nelle strade deve fare mille telefonate e mille giri affinché la verità ufficiale non comprometta nessuno e non somigli quasi mai alle cose accadute sul serio. Ecco perché sabato sera i tempi giornalistici del mainstream a fine partita cominciavano a ricostruire i fatti attraverso elementi di fantascienza mentre per le strade della città le cose apparivano chiare già molte ore prima.

Non abbiamo voglia di addentrarci nella trama complessa di questioni importanti e non banalizzabili. Non ci interessa una microfisica spicciola del mondo ultras né una ricostruzione complottista. Abbiamo scritto collettivamente queste poche righe per dire alcune cose chiare: per raccontare cosa sappiamo di chi è stato colpito da quei colpi di pistola, per raccontarlo come una cellula di un corpo metropolitano che si muove con noi, una cellula di cui siamo complici senza se e senza ma. Soprattutto abbiamo scritto per sottolineare alcune delle cose che ora timidamente cominciano a scrivere i giornali, quelle che riguardano le compromissioni tra De Santis e la destra romana, tra l'agguato e i luoghi da cui si è mosso. Abbiamo scritto perché fosse chiaro da quale mano è partito il colpo e quali corpi ha ferito.

Non significa chiaramente semplificare con gli schemi della politica un mondo che evidentemente la eccede, la trascende o la evita, ma significa inserire un nostro punto di vista nella nella ricostruzione dei fatti, mentre attorno a noi il circo mediatico cerca ancora protagonisti e comparse d'occasione, mentre il perbenismo la fa da padrone, stretto a doppia mandata tra napoletanofobia e razzismo. E mentre lo Stato attraverso la logica del capro espiatorio parla di Daspo a vita da estendere anche ai manifestanti in ambiti del tutto distanti da quelli sportivi, ribadendo che gli stadi alla fine sono solo dei laboratori nei quali si sperimentano forme di repressione che vengono poi generalizzate ed estese togliendo a ognuno di noi sempre più libertà. Anche a chi in uno stadio non ci ha messo mai piede.

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