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L’altra Torpignattara in corteo per Shahzad

«No alla guerra tra poveri». Domenica 28 l’iniziativa organizzata da diversi residenti e dalla comunità pakistana del popolare quartiere romano in memoria del giovane assassinato. La manifestazione non vuole essere una risposta a quella in cui s’invocava la liberazione del 17enne che ha confessato

All’ombra degli alberi che pun­tel­lano il viale che dà il nome al quar­tiere, le foglie annun­ciano l’autunno. A una set­ti­mana dall’omicidio del ven­tot­tenne paki­stano Muham­mad Sha­h­zad Khan, la vita di Tor­pi­gnat­tara par­rebbe tor­nata alla sua ano­mala quo­ti­dia­nità. Anziani abi­tanti sto­rici tra­sci­nano le borse a rotelle della spesa. Si fer­mano a pren­dere fiato sulle sedie di pla­stica bian­che del «Gran Caffè Hawaii» alter­nando occhiate anno­iate e sguardi spae­sati all’indirizzo della popo­la­zione migrante che calca la strada. All’interno del locale, a diri­gere il traf­fico dei bic­chie­rini di vetro bol­lenti, c’è il baf­futo Guido: anni fa si caricò sulle spalle una delle mac­chine del mitico Sant’Eustachio, nel cuore della Roma turi­stica, e decise di por­tare l’arte del caffè in bor­gata. Oggi Guido si limita ad osser­vare: «Co’ tutti ’sti cinesi forse è ora che me ne vada in pen­sione», come fa ormai da anni.

Insomma, chi si aspetta di assi­stere al pro­sie­guo delle discus­sioni sui ter­ri­bili fatti di una set­ti­mana fa, rimane deluso: in appa­renza sono tor­nati l’impegno meto­dico dei com­menti cal­ci­stici, la rou­tine com­pul­siva della slot-machine e la ras­si­cu­rante pre­oc­cu­pa­zione delle chiac­chiere meteorologiche.


Uno sguardo più attento

La super­fi­cie di nor­ma­lità si incrina a uno sguardo più attento. La Comu­nità di Sant’Egidio ha orga­niz­zato una veglia di pre­ghiera in ricordo della gio­vane vit­tima che si è tenuta in col­la­bo­ra­zione con le par­roc­chie di zona nella chiesa di San Bar­naba, alla pre­senza del vescovo ausi­lia­rio Giu­seppe Mar­ciante e che è sfo­ciata in una pic­cola pro­ces­sione. Da Sant’Egidio chia­ri­scono che que­sta ini­zia­tiva non è una rispo­sta alla mani­fe­sta­zione con la quale alcuni cit­ta­dini hanno espresso la loro soli­da­rietà al mino­renne che si è con­se­gnato alle forze dell’ordine ammet­tendo di essere l’autore dell’omicidio. «Ave­vamo pen­sato a que­sto evento prima della mani­fe­sta­zione del 21 set­tem­bre scorso in favore del ragazzo arre­stato — spie­gano dalla Comu­nità — Vogliamo riaf­fer­mare il valore della pace in un quar­tiere che da molti anni rap­pre­senta un esem­pio di inte­gra­zione mul­ti­cul­tu­rale». Si attende ancora una pre­senza isti­tu­zio­nale di rilievo che smen­ti­sca la sen­sa­zione di abban­dono. Ieri doveva essere anche il giorno della visita del vice­sin­daco Luigi Nieri, di Sel, ma l’appuntamento è stato annul­lato poche ore prima, pare a causa della coin­ci­denza con l’incontro religioso.

I giorni che hanno seguito l’omicidio sono ser­viti anche a fare chia­rezza sulla sto­ria per­so­nale della vit­tima. Sha­h­zad, intanto, non era un “clan­de­stino” allo sbando. Aveva un per­messo di sog­giorno, aveva lavo­rato con suo zio, che gestiva un risto­rante e che poi si era tra­sfe­rito a Lon­dra. Da allora, con l’incubo di non riu­scire a rin­no­vare i docu­menti, aveva pro­vato a sbar­care il luna­rio ven­dendo qual­cosa per strada e cer­cando di man­dare qual­che soldo a casa, dove lo aspet­ta­vano una moglie e un figlio di tre mesi che non ha fatto in tempo a cono­scere.

«I ragazzi del quar­tiere cono­sce­vano benis­simo Sha­h­zad – rac­con­tato Ejaz Ahmad, media­tore cul­tu­rale e gior­na­li­sta paki­stano — Era un po’ distur­bato, que­sto è vero, ma non dava fasti­dio a nes­suno. Can­tava per strada le sure del Corano e in ita­liano diceva “Io sono musul­mano, sono paki­stano”. Non dor­miva per strada come è stato scritto da tanti, me l’hanno con­fer­mato tutti i nego­zianti della zona». Occor­rono tre­mila euro per spe­dire la salma di Sha­h­zad in Paki­stan dai suoi cari. Per ricor­darlo e per rac­co­gliere i fondi neces­sari, i suoi con­na­zio­nali e diversi abi­tanti del quar­tiere hanno orga­niz­zato una mani­fe­sta­zione che par­tirà domani alle 18 da piazza della Mar­ra­nella per arri­vare al luogo del delitto, in via Lodo­vico Pavoni. La comu­nità paki­stana assieme al comi­tato pro­mo­tore spiega in un comu­ni­cato di aver indetto il cor­teo «in ricordo di Sha­h­zad ucciso dalla vio­lenza pro­vo­cata dalla mise­ria e dall’abbandono in cui versa il ter­ri­to­rio e dalla cul­tura domi­nante che ci vuole gli uni con­tro gli altri». «Siamo con­sa­pe­voli – pro­se­guono — che la guerra tra poveri ha pro­dotto que­sta tra­ge­dia che col­pi­sce noi tutti, pachi­stani, ita­liani e immi­grati e che gli uomini e le donne, vec­chi e nuovi resi­denti, immi­grati e ita­liani, devono tro­vare le forme per rico­struire una comu­nità unita e solidale».

La mani­fe­sta­zione ha un pre­ce­dente. Quasi due anni fa, era il gen­naio 2012, il quar­tiere ospitò un cor­teo di rispo­sta a un fatto di san­gue: quella volta era scesa in piazza la comu­nità cinese, in seguito all’omicidio di un padre e della sua pic­cola nel corso di una rapina finita in tra­ge­dia. I riflet­tori si acce­sero solo per qual­che giorno. «Anche in quel caso tutto parve cadere nel dimen­ti­ca­toio, solo che qual­che agen­zia immo­bi­liare, com­plice anche la crisi, chiuse i bat­tenti e i segnali di degrado comin­cia­rono a mol­ti­pli­carsi», rac­conta Leo men­tre rifiata accanto alla sua bici con due seg­gio­lini (uno per ogni figlio­letto) sul ciglio della strada. L’amministrazione della destra di Gianni Ale­manno aspettò la vigi­lia delle ele­zioni per ripu­lire il parco di Largo Pet­taz­zoni, che nel frat­tempo era diven­tato una fore­sta, e la vora­gine aper­tasi lungo via Fila­rete blocca ancora oggi un’arteria fon­da­men­tale, ingol­fando ulte­rior­mente una zona ad alta den­sità di automobili.


I sandali fuori dai gradini

Verso Porta Furba si infit­ti­scono i san­dali fuori sui gra­dini, segno ine­qui­vo­ca­bile che a ognuna di quelle porte cor­ri­sponde una casa abi­tata da migranti asia­tici e quindi anche un affitto cor­ri­spo­sto a padroni ita­liani. I migranti appar­ten­gono a comu­nità che gli ste­reo­tipi e le sem­pli­fi­ca­zioni vor­reb­bero unite e impe­ne­tra­bili, ma che come accade in tutti i gruppi etnici e reli­giosi sono divisi da stra­ti­fi­ca­zioni cul­tu­rali e con­flitti sociali. Quelli che guar­dano con più distacco alle que­stioni di fede, ad esem­pio, ti rac­con­tano di quando – due anni fa – il quar­tiere venne riem­pito di scritte in ben­ga­lese il cui con­te­nuto bla­sfemo sfuggì ai più. Si invi­tava scan­da­lo­sa­mente a per­cuo­tere i pre­di­ca­tori inte­gra­li­sti e si con­sta­tava pole­mi­ca­mente che secondo i pre­cetti musul­mani era più scan­da­losa una birra di una dose di eroina. L’eroina, in effetti, è tor­nata a cir­co­lare come non acca­deva da venti anni: il con­sumo uni­sce ita­liani e migranti e lo spac­cio evoca equi­li­bri cri­mi­nali che vanno al di là del quar­tiere, in una città che è al cen­tro del rici­clag­gio di quat­trini spor­chi e che ha sem­pre visto l’intreccio tra aree di estrema destra e bande criminali.

Poco più in là dell’acquedotto romano, all’altezza del Man­drione, comin­cia la strada senza mar­cia­piede e poco illu­mi­nata che con­duce alla fer­mata della metro­po­li­tana di Arco di Tra­ver­tino. La metro­po­li­tana è un varco verso la città che si aggiunge al ser­vi­zio for­nito dall’autobus numero 105, sem­pre affol­lato tanto da dive­nire nel gergo locale espres­sione per anto­no­ma­sia di “calca”. Il 105 per­corre tutta la Casi­lina fino alla sta­zione Ter­mini. Fa il paio col tre­nino in super­fi­cie delle Fer­ro­vie laziali, che da ormai un paio di mesi ferma a Porta Mag­giore causa lavori e che i cine­fili ricor­dano sullo sfondo di alcune delle scene di Roma Città Aperta di Rossellini.

Non è dif­fi­cile rac­co­gliere com­menti all’interno di uno di un nego­zio di generi ali­men­tari gestiti da ben­ga­lesi, uno dei tanti che sfi­dano orari e festi­vità rivo­lu­zio­nando le con­sue­tu­dini com­mer­ciali del posto. Rac­con­tano con allarme di quello che temono ormai da qual­che tempo: ado­le­scenti ita­liani in cerca di emo­zioni aggre­di­scono inno­cui migranti paki­stani e ben­ga­lesi. «Ti avvi­ci­nano di notte, con la scusa di chie­derti una siga­retta – dicono — Se non ce l’hai o se deci­dono che hai qual­cosa che non va, par­tono le botte».


*reportage pubblicato su il Manifesto del 27/09/2014


Leggi sempre di Giuliano Santoro "Torpignattara è centrale"

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