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In nome del decoro

Da qualche giorno è in libreria “In Nome del Decoro” (Ombre Corte, 96 pagine, 10 euro), saggio di Carmen Pisanello sulla retorica della cosiddetta “lotta al degrado” e sul suo dispiegamento nel dibattito pubblico e nel nuovo scenario dei media digitali. Quella che segue è la prefazione del libro.

Le città in cui viviamo fanno schifo? Viene in mente la scena finale de «L’Uomo Invisibile». Al culmine del romanzo capolavoro di Ralph Ellison la rivolta divampa nel quartiere di Harlem, innescata da un abuso di polizia. Durante quel riot che infiamma la metropoli, punto d’arrivo di un negro della provincia degli Stati Uniti del sud, la folla spontaneamente invece di puntare verso le zone borghesi presidiate da portieri in livrea o magari attaccare la cittadella degli affari downtown, mira dritto alle proprie case popolari. Sono abitazioni fatiscenti, infestate da blatte e corrose dal degrado. Il movimento inverso è dalla piazza allo spazio privato, le fiamme divampano nei tuguri eletti a domicilio. Bisogna cominciare da lì: fare tabula rasa delle proprie case per avere la speranza di emanciparsi, avere il coraggio di distruggere il luogo dentro al quale si è costretti, seppure questo rappresenti una piccola certezza dentro a una vita di sfruttamento. È una scena, quella descritta da Ellison, che ci ricorda con solenne e studiata semplicità che ogni rivolta muove anche dal disprezzo di un pezzo delle nostre vite, non dalla loro santificazione.

Il tratto distintivo dell’ideologia del decoro, oggetto di questo libro, percorre esattamente il percorso inverso. Invece di puntare verso i tuguri privati, si vorrebbero distruggere gli spazi comuni. Non sono le nostre vite alienate a farci (almeno un poco) schifo, è la città intesa come luogo della cooperazione sociale a fare schifo. L’insieme di pratiche, retoriche e discorsi che chiamiamo «decoro» hanno il fine ultimo di distruggere gli spazi pubblici in nome della (illusoria) difesa di quelli privati. I fautori della fantomatica «lotta al degrado» trasformano le nostre città nei condomini descritti da James G. Ballard e messi in scena da David Cronenberg, fortini asettici dai quali occorre osservare in cagnesco dallo spioncino, far valere millesimi, proteggere il proprio balconcino dall’acqua che gocciola dai vasi del piano di sopra, tutelarsi dai rumori degli inquilini della porta accanto, garantirsi un posto auto non venga minacciato da pallonate o pericolosi bevitori da marciapiede. In questi residence distopici «tutto è pensato per prevenire e curare qualsiasi difetto della macchina biopolitica», ma la violenza cova sempre sotto traccia, in attesa che un blackout o un evento imprevisto ne favoriscano l’esplosione incontrollata.

Carmen Pisanello analizza l’immaginario del decoro muovendo dalla sua rappresentazione mediatica e dalla grande mutazione del dibattito pubblico operata dai media digitali. Parla di linguaggi, ma affonda la sua analisi in questioni materialissime e molto concrete. Il suo studio ha il merito di porsi all’intersezione tra differenti discipline, punti di vista e linguaggi. L’autrice opera una scelta di stile, prima che un’opzione metodologica: affronta in chiave analitica alcuni accadimenti recenti. La cronaca incalza l’indagine scientifica. Mentre queste pagine venivano scritte, solo per fare l’esempio più clamoroso, il ministro degli interni Marco Minniti varava un decreto grazie al quale proprio in nome della tutela del decoro si giustificava, per l’ennesima volta in pochi anni, un giro di vite sulle libertà pubbliche e i diritti civili. La commistione tra attualità e ricerca non è semplice da maneggiare, si rischia di cadere nella logica instant oppure all’estremo opposto di ricorrere all’eccessiva concettualizzazione. Queste pagine evitano le due trappole speculari, opponendo alle semplificazioni e alle generalizzazioni lo sguardo lungo ma ben piantato sul presente del metodo genealogico. Grazie al quale scopriamo, ad esempio, che già negli anni Novanta del secolo scorso Mike Davis aveva raccontato praticamente in diretta il modo in cui il governo di Los Angeles avesse, a colpi di politiche securitarie, campagne stampa e precise scelte urbanistiche, favorito la privatizzazione dello spazio pubblico e la creazione di distopiche «enclave razziste».

Gli scritti di Davis venivano letti nel nostro paese accanto ai romanzi cyberpunk, parevano narrazioni apocalittiche di un pianeta lontano o di una dimensione parallela, rappresentazioni allegoriche e iperboliche. Fino a quando nelle nostre città è arrivata l’emergenza sicurezza, innescata negli stessi anni da alcuni sindaci di centro sinistra. Poco dopo, comparve in prima pagina su Repubblica una lettera di un sedicente «cittadino di sinistra» che si diceva allarmato per le condizioni in cui versavano le nostre città, minacciate da migranti e piccoli criminali. Walter Veltroni era sindaco di Roma, colse la palla al balzo e inaugurò la stagione del Partito democratico imponendo ad un traballante governo Prodi l’ennesimo «decreto sicurezza». Sergio Cofferati a Bologna e Leonardo Dominici a Firenze dichiararono guerra ai lavavetri e alle piccole forme di accattonaggio. Arrivarono poi le ordinanze contro i «bivacchi», la guerra all’alcol in piazza, la demonizzazione delle birre bevute per strada da persone che probabilmente non hanno altro posto dove socializzare (si pensi agli studenti universitari). Succedeva scientificamente che ogni volta che il leader della destra Silvio Berlusconi perdesse le elezioni, le sue televisioni mettevano in scena orribili crimini, preferibilmente commessi da migranti. Ciò innalzava la paranoia securitaria, anche se i dati dicevano il contrario: i numeri dei reati erano sensibilmente in discesa. Il passaggio al decoro deriva da quella stagione, ne era la premessa (fu il grimaldello che consentì ad esempio alla Lega di sbarcare in città, dalla pedemontana) e al tempo stesso ne è lo sviluppo. Oggi mantenere l’allarme securitario è un tutt’uno con lo spostare l’accento sul decoro, sul senso dello spazio pubblico e su chi ha il permesso di attraversarlo. Così, da qualche tempo possiamo capire davvero l’urgenza delle analisi di Mike Davis: ormai anche in Europa, come leggerete in queste pagine, «lo spazio urbano viene sottoposto a rigidi controlli e a sorveglianza, diviso in zone più o meno accessibili, così come viene diviso in campi semantici opposti: da una parte l’ordine, la pulizia, l’uniforme, l’autorizzato, dall’altra il disordine, lo sporco, l’informe, l’abusivo».

Ciò ci consente di raggiungere l’altro incrocio, il secondo punto di vista privilegiato dal quale Carmen Pisanello osserva l’ideologia del decoro: quello che si pone tra rappresentazioni mediatiche e costruzioni sociali. Questo rimanda, a sua volta, ad un altro territorio ibrido ancora più cogente: quello tra spazi digitali e luoghi urbani, tra corpi e macchine, tra virtuale e reale. A proposito di nuovi media: non esiste discorso sul decoro che non evochi e sussuma, in maniera strumentale, la retorica della partecipazione. Spesso e volentieri, la forma paradossale e perversa di «partecipazione» avviene attraverso la rete, è il lato oscuro della cultura convergente di cui essa è portatrice. La spettacolarizzazione e la personalizzazione della politica si dipanano all’ennesima potenza. E il gioco di sponda tra le campagne xenofobe della tv del pomeriggio e l’uso disinvolto del Web 2.0 consente di portare l’attacco agli spazi pubblici, e a chi questi spazi cerca di viverli, non senza conflitti e contraddizioni. Tanto che anomali gruppi di volontari, sorta di minutemen del decoro, si affiancano alle tradizionali istituzioni di tipo disciplinare. Per capire come tutto ciò accada, questo libro si chiude con un case study davvero illuminante: il blog RomaFaSchifo, che da anni indirizza campagne e detta l’agenda alle cronache capitoline, spesso contribuendo con drammatica efficacia a spostare l’allarme pubblica verso poveri, deboli e abitanti dei margini. Se le nostre città fanno schifo, sembrano dirci i solerti tutori del decoro, la colpa è di quelli che stanno peggio di noi, e che minacciano le nostre sicure case europee. È dagli angusti tinelli delle nostre illusioni borghesi, dunque, che attacchiamo le strade e le piazze delle città, nell’illusione di depurarle dai conflitti che da sempre le animano e le fanno crescere.

In Nome del decoro verrà presentato il 1 dicembre a Sparwasser, via dei Pigneto 215 alle ore 19

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