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Generazione Z? Mi viene il vomito

«Repubblica» commenta una preoccupante indagine: circa 8 giovani su 10 sono disposti ad iniziare la propria carriera lavorando gratis . Il giornalista si dice triste e dispiaciuto per questo atteggiamento sconveniente della «generazione Z». Ma è giusto che si senta innocente?

«Sì! Stupendo! Mi viene il vomito! E’ più forte di me!». Così cantava Vasco Rossi nella sua «Stupendo», in cui a provocare il rigurgito sono gli anni ’80 della rivoluzione neoliberale, della distruzione delle alternative al modello economico dominante, del «non importa chi perdeva, le regole sono così».La stessa voglia di vomitare mi è venuta leggendo l’articolo uscito ieri su «la Repubblica» intitolato: «Oltre otto ragazzi su dieci accettano un tirocinio gratis, pur di cominciare a lavorare».


Il pezzo di Raffaele Ricciardi presenta i risultati di una ricerca di Accenture Strategy sulla «forza lavoro del futuro», cioè su ragazzi e ragazze tra i 18 e 24 anni, che tra le altre cose, mostra come «i nuovi laureati dimostrano anche di avere – purtroppo, aggiungiamo – acquisito la mentalità per la quale pur di iniziare a lavorare, si può rinunciare a uno stipendio». Quel «purtroppo» buttato lì, quasi per caso, ha prodotto nel mio stomaco un’immediata sensazione di schifo. Perchè le parole sono importanti, ma chi le dice anche, e «Repubblica» non è un attore neutro.

Sulle colonne del giornale più letto d’Italia è stato appoggiato il governo Monti dei sacrifici, dei tagli al welfare e dei giovani «choosy» e bamboccioni; è stato glorificato Matteo Renzi, «l’uomo del fare», e la sua retorica giovanilista dietro cui si nascondevano tagli ai diritti dei lavoratori (Job’s Act) e legalizzazione del lavoro gratuito giovanile (Alternanza scuola-lavoro); sono state scritte innumerevoli «success stories» di ragazzi e ragazze che grazie alla loro dinamicità, flessibilità, voglia di non accontentarsi e amenità simili sono partiti dalla gavetta per arrivare al vertice; sono stati demonizzati tutti coloro che, in un modo o nell’altro, si sono opposti a queste misure e a queste retoriche, tacciandoli di vecchi o di violenti a seconda dei casi. E potrei continuare all’infinito.

«Repubblica» è stata, insomma, uno dei soggetti più importanti (insieme alle istituzioni nazionali ed europee, agli imprenditori e ai sindacati confederali) nella produzione delle condizioni materiali e culturali per cui lavorare gratis non è più considerata una follia schiavistica ma un’opportunità di crescita e di esperienza, oltre che una necessità, visto è sempre più difficile trovare altri modi per entrare nel mondo del lavoro. Ed è davvero vomitevole vedere costoro, che con tanto zelo hanno contribuito a costruire quella mentalità, lamentarsene, tra il triste e il delusonei confronti di una generazione che dopo essersi vista strappare via il futuro si deve anche sentire rimproverata per scarsa dignità.
Naturalmente, la giusta rabbia nei confronti di quest’ipocrisia non può e non deve offuscare il fatto che i dati presentati sono davvero inquietanti. 
L’83% di neolaureat* che si dicono disposti a lavorare gratuitamente è la fotografia del trionfo del neoliberismo, è il sogno di qualsiasi grande imprenditore (mi immagino i fiumi di champagne scorrere in Confindustria alla lettura di questi dati). Raccontano di un’assenza di diritti basilari a larghissima scala che sembrava impossibile, in Occidente, fino a pochi anni fa. Parlano di un rapporto di forza schiacciante in favore dei datori di lavoro nei confronti di chi lavora. E ci dicono anche, purtroppo, che questo modello produttivo e di forma di vita che è il neoliberalismo è penetrato a fondo nelle menti dei giovani.

Significa che tutto è perduto e che dobbiamo rassegnarci a una vita e a dei lavori di merda? No, assolutamente no. Però significa che è più che mai necessario organizzarsi collettivamente nei posti di lavoro, togliendoci dalla testa il «ognun per sè e Dio per tutti» con il quale ci martellano ogni giorno. È necessario far crescere i nuovi sindacati orizzontali che si battono davvero per i diritti di tutti e tutte, a differenza dei confederali, e farli nascere dove ancora non esistono. Perchè se è vero che finchè siamo uno contro uno, lavoratore contro imprenditore, il secondo avrà sempre il coltello dalla parte del manico, se ci uniamo possiamo ribaltare questi rapporti di forza. Possiamo riconquistare passo dopo passo tutti quei diritti che ci hanno strappato. E, così, potremo anche dare ai vomitevoli giornalisti di «Repubblica» un motivo reale per dispiacersi, il che darebbe ancora più gusto al tutto.


Articolo comparso anche su CLAP-INFO

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