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Francia: Hamon e il reddito di cittadinanza

A vincere le primarie del Partito socialista in Francia è stato il candidato Benoît Hamon [...] , che ha battuto l'ormai impopolare primo ministro uscente Manuel Valls ottenendo il 58% delle preferenze

È strano trovare interesse ad una campagna elettorale – non mi capitava da molto tempo. Quando Benoît Hamon ha vinto le primarie socialiste francesi, guardandolo alla televisione ho sentito, con sorpresa, un po’ d’aria buona. Proponendo un reddito di cittadinanza decente e incondizionato, Hamon è arrivato in testa alle primarie socialiste. Lo dico subito: è impossibile che possa determinare una rottura definitiva di un sistema marcio. La sua solitudine è stata d’altronde implacabilmente denunciata da una serie di interventi nemici e amici… . Dicono gli uni e gli altri: Hamon parla di robot e di automazione; dice che basta andare al supermercato per accorgersi dell’estensione e della profondità della rarificazione del lavoro; e chi lo nega? – ma da qui ad affermare la necessità di porre come obiettivo del governo del lavoro non più il pieno impiego ma appunto il reddito di cittadinanza, ne passa. Ma dove vuole portarci? Son blagues, quelle che racconta, utopie irrealizzabili, favole insulse.

Eppure si è trattato di una rottura, forte ed evidente. Per cominciare, tuttavia proponiamo una prima obiezione: non son cose che sappiamo già? Dove consiste il nuovo? È dal 1972 che Vasilj Leontief, premio Nobel dell’economia, aveva educatamente dichiarato: “con la proliferazione dei computer, il ruolo degli esseri umani nel lavoro diminuirà, come scemò quello dei cavalli dopo l’introduzione del trattore”. Con minor secchezza, dagli anni ’70 abbiamo inteso queste verità ripetute ossessivamente, per farci paura, fino alle banalità riorganizzate da Jeremy Rifkin e da molti nostrani profeti nel loro racconto di disgrazie che solo la libertà dei commerci poteva evitare. Che cosa c’è di nuovo dunque, che rompe e innova il dibattito nel programma di Benoît Hamon? C’è il fatto che se, in primo luogo, il reddito di cittadinanza è proposto come una misura difensiva (dalla rarità crescente del lavoro), nello stesso momento egli opera due ulteriori passaggi, che trasformano l’atteggiamento difensivo in offensivo – in qualcosa di probabilmente capace di bloccare le politiche neoliberali e di aprire un nuovo ciclo produttivo e di lotte contro il lavoro. Al chiarimento del carattere difensivo della proposta del reddito segue infatti l’indicazione del nuovo carattere assunto dallo sfruttamento: una qualità estrattiva, un’attività di estrazione del valore dall’insieme della società (e/o della cittadinanza). Il tema welfarista del pieno impiego non è dunque più centrale, perché – impiegati o no – in questa società, dentro i réseaux di cooperazione che oggi chiudono le forze produttive nei rapporti di produzione, ognuno è comunque implicato nel processo produttivo. È la messa in luce di questa evidenza che ha suscitato scandalo. Era veramente comico sentire alla televisione vecchi lupi delle grandi banche o cattolici caritatevoli o sindacalisti arrabbiati dichiarare che il problema è il rispetto della dignità del lavoro, del suo carattere personale e sacro – vogliono tutti ritornare a un Locke originario e ideale laddove è il lavoro che crea la libertà. Indignandosi, nascondono in realtà le paure più diverse, ma concomitanti, nell’opporsi al reddito di cittadinanza: la paura che il reddito di cittadinanza permetta di costituire un terreno unitario di lotta che rompa quella frammentazione di classe e/o quella dissipazione della moltitudine che oggi determinano le operazioni estrattive dello comando capitalistico.

In effetti il reddito di cittadinanza, la sua rivendicazione come la sua messa in atto, possono costituire attivamente in contropotere quella cooperazione sociale e produttiva che il capitale domina attraverso la sua disgregazione in un insieme di gerarchie e di differenze. Inoltre, il reddito di cittadinanza permette, sollecita, forma un fronte comune non solo di lavoratori ma anche dei nuovi soggetti discriminati di razza e di genere – che oggi costituiscono i prismi centrali attraverso i quali si determina la separazione del lavoro vivo cooperante. Questa ricomposizione è necessaria per determinare la sconfitta delle politiche neoliberali e quindi alla riapertura del patto costituzionale, alla messa in discussione della costituzione materiale e dei rapporti di forza di classe consolidati costituzionalmente.

Dicevamo tuttavia, esserci un secondo elemento che colora la sorpresa e produce la novità della proposta di Hamon. In un ambiente intellettualmente reattivo com’è Parigi – una metropoli della intellettualità di massa – il carattere difensivo della proposta del reddito di cittadinanza e quel dislocamento politico che abbiamo visto essa possa produrre, trova un’adesione più larga. Si realizza a partire dalla consapevolezza che quegli elementi di connessione e quell’espressione del comune che una governamentalità del reddito di cittadinanza può attivare, esprimono la nuova realtà della forza-lavoro: una natura cognitiva, un’impronta profondamente cooperativa, una capacità d’egemonia all’interno del lavoro vivo sfruttato. È a questo livello che si apre il passaggio decisivo nella lotta contro il capitale finanziario, come attore dello sfruttamento estrattivo e come forza unificante di ogni politica capitalista oggi.

A queste linee strategiche si improntano anche i passaggi tattici oggi necessari, che, in queste elezioni presidenziali francesi, improvvisamente ed inaspettatamente, si rivelano. Ho l’impressione che qui ci si trovi davanti ad episodi come quelli narrati da Marx quando racconta delle lotte di classe, e delle opzioni borghesi per batterle, nella Francia del XIX secolo. A fronte della proposta repubblicana di Hamon – progressista perché definisce un terreno eventualmente produttivo di lotta di classe – si oppongono, nello schieramento capitalista, forze diverse. Da una destra conservatrice corrotta ed ipocrita, ad un centro direttamente capitalista-imprenditoriale-finanziario, Fillon da un lato e Macron dall’altro. Queste sono le forze che si oppongono soprattutto alla ricomposizione di un fronte di classe che il reddito di cittadinanza può determinare. La destra vuol farlo riproponendo un welfare antico, pur consapevole che esso sarà man mano rosicchiato da esigenze di investimento capitalista diretto e ben disposta a favorire tale inversione di progetto; Macron vuole invece rinnovare un duro welfare capitalista, riconoscendo la trasformazione della struttura di classe e riarticolandolo al livello dell’egemonia del lavoro cognitivo. È su questo terreno che, seguendo le indicazioni marxiane, è necessario lottare. Il problema della nuova composizione di classe è di riconoscere come terreno fondamentale quello della tenuta – difensiva e/o offensiva – di un soggetto, di un insieme e/o di un complesso, insomma di un’alleanza di classe contro la nuova disgregazione che le forze capitaliste più attente, quei Rothschild francesi (che stanno a Macron come l’anglosassone Goldman Sachs stava a Hilary Clinton) vorrebbero determinare.

E poi c’è l’altro problema: quello della destra fascista. Il richiamo all’antifascismo militante comincia a risuonare (e risuonerà fortemente al secondo turno delle elezioni presidenziali) come tema unificante e, al solito, regressivo nella composizione dei fronti politici di classe. Lo sforzo da fare oggi è quello di coordinare l’elemento ricompositivo (che sta nell’affermazione stessa del reddito di cittadinanza) con il secondo elemento, quello politico che permette di riconoscere e di sviluppare i nuovi bisogni costruiti dall’intellettualità di massa, portandoli ad una programmazione politica adeguata.

Che cosa potrà succedere in Francia nei prossimi mesi, nessuno può prevederlo. E tuttavia i risultati delle elezioni sono ormai così pazzi che anche ad Hamon ed al suo progetto è concesso un ampio spazio di speranza. È chiaro che il pericolo più grande sta nella vittoria di Marine Le Pen. Non bisogna tuttavia sottovalutare l’ingombrante operazione condotta da Macron, probabilmente capace di condizionare pesantemente lo sviluppo della lotta di classe e le resistenze della forza-lavoro cognitiva nei prossimi decenni. Le Pen è la repressione; Macron è un progetto capitalista, è la lotta di classe condotta dai padroni. In fondo, in maniera non delirante, si sarebbe potuto pensare che lo stesso Macron presentasse il reddito di cittadinanza nel suo programma. Non lo hanno fatto Grillo e i 5stelle in Italia? Dal punto di vista capitalista è questo un puro e semplice riconoscimento della nuova composizione tecnica (cognitiva, cooperativa) del proletariato produttivo. Ma la questione diventa decisiva quando attorno al reddito di cittadinanza si ricompone la classe. Il reddito di cittadinanza decente ed incondizionato non è dunque solo un obiettivo – è soprattutto un’arma per ricomporre una forza comunista. Il taglio che Hamon ha dato alla sua proposta sembra inclinato in questo senso. Ed è impressionante il fatto che sia un socialista a proporlo perché quella proposta è un tentativo di rifondare la politica oltre il lavoro, contro il lavoro. Di superare l’ontologia secolare stessa del socialismo.

*Articolo pubblicato su Euronomade

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