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Finalmente la mozione sullo stop agli sgomberi. Ma sul regolamento concessioni bisogna invertire subito la rotta

L'Assemblea Capitolina approva la mozione per mettere fine agli sgomberi. Adesso occorre aprire un confronto vero e superare l'ideologia del bando. Il comunicato di Roma Comune.

In questi giorni, per la prima volta da mesi, si è riaperta con forza la questione delle concessioni degli immobili pubblici, tema che – come è noto – riguarda drammaticamente centinaia di spazi sociali e di realtà associative a Roma, che da decenni fanno un uso sociale, solidale, culturale e mutualistico di quel patrimonio pubblico, e che oggi sono sotto sgombero, truffati dalla richiesta di decennali morosità assolutamente illegittime. Le responsabilità di questa guerra alla città solidale sono evidenti: da un lato l'azione efferata ed illegittima della Corte dei Conti, la cui Procura regionale ha difatto commissariato, terrorizzandoli, i funzionari del Comune; dall'altro lato le delibere 219/2014 e 140/2015 della Giunta Marino, che ordinano gli sgomberi e stabiliscono la valorizzazione solo economica del patrimonio immobiliare pubblico.

Decide Roma saluta con soddisfazione l'approvazione, all'unanimità dell'Assemblea Capitolina, di una mozione che con estrema chiarezza impegna la Sindaca e l'intera Giunta a bloccare gli sgomberi di tutte le realtà sociali e culturali romane. Un atto analogo era già stato votato in agosto, ma stavolta si afferma chiaramente che il blocco degli sgobmeri è condizione indispensabile per l'avvio di un confronto sulla futura normativa. Si tratta di un atto importante, indubbiamente frutto - tra le altre cose - della mobilitazione e della pressione politica che Decide Roma e tutti gli spazi sociali di questa città hanno messo in campo, in tutti i luoghi e le sedi utili, negli scorsi mesi e in particolare nelle scorse settimane. C'è da augurarsi che la Sindaca e la Giunta rendano immediatamente e completamente operativa questa chiara indicazione arrivata dall'unanimità dell'Assemblea Capitolina, adottando le iniziative necessarie a questo fine.

La mozione, inoltre, stabilisce che sulla futura normativa è necessario avviare un confronto partecipativo con l'intera città.

Questo confronto è in parte iniziato già mercoledì 8 febbraio quando, per la prima volta, la Commissione Patrimonio e la sua Presidente Valentina Vivarelli hanno presentato una prima bozza di Regolamento sulle concessioni: uno strumento che, nelle intenzioni di chi oggi governa Roma, dovrebbe servire a dare regole certe alla giungla amministrativa che caratterizza questo ambito, e a dare risposte rapide alle migliaia di cittadini che da mesi sono attaccati e sbeffeggiati.

Peccato, però, che i contenuti dei questa bozza di Regolamento vadano nella direzione esattamente opposta a quella dichiarata. Il Movimento 5 Stelle, infatti, ha fino a questo momento demandato completamente ai funzionari amministrativi la scrittura di questa bozza, in uno schema ormai troppo diffuso a Roma, tale per cui a governare la città sono i tecnici e non i politici. I funzionari hanno redatto un testo burocratico, privo di qualunque riferimento al valore sociale delle esperienze reali, tutto incentrato nella afasica logica legalitarista del bando pubblico. La stessa logica che ha portato, in questi mesi, a questa guerra alla città solidale.

Sembra completamente abbandonata l'ipotesi di un regolamento sui Beni Comuni Urbani: un regolamento simile a quelli già approvati o in discussione in quasi 100 città in Italia (dalla Napoli di De Magistris alla Torino di Appendino), un regolamento chiesto con forza dai movimenti e le realtà sociali di questa città (a cominciare dal corteo di 20.000 persone di “Roma Non Si Vende” del marzo scorso), un regolamento su cui anche Virginia Raggi ha sempre espresso un chiaro interesse, sia prima, sia durante, sia dopo la campagna elettorale (tanto da aver depositato una proposta di delibera sui Beni Comuni Urbani nella scorsa consiliatura).

Tutto questo non c'è più: c'è invece soltanto la procedura del bando pubblico, che – come è noto – non garantisce di per sé né legalità né trasparenza, ma anzi intrappola il sociale in una competizione sfrenata in cui le realtà più vere, più genuine e più indipendenti sono destinate a scomparire. Si parla, addirittura, del criterio dell'offerta economicamente più vantaggiosa come il criterio sul quale selezionare le proposte, criterio assurdo quando si ha a che fare con attività senza scopo di lucro. Si stabilisce un “canone sociale” decisamente più alto di quello previsto dalla storica delibera 26 del 1995, con un arretramento inspiegabile rispetto a quegli anni. Si pongono a carico degli assegnatari le utenze e tutte le spese per la manutenzione ordinaria e addirittura straordinaria, il che limita il novero delle associazioni papabili a quelle più ricche. Ancora: da un lato si agganciano i provvedimenti di concessione alla approvazione del Bilancio Previsionale, dall'altro lato non si stabilisce la benché minima forma di partecipazione e di consultazione territoriale per l'attivazione delle concessioni. Per di più, si obbligano le associazioni a stipulare fantasiose assicurazioni obbligatorie e polizze fideiussorie bancarie, nella convinzione che la contabilità valga di più del sociale. La parola “sociale”, infatti, sembra non ricorrere quasi mai nel documento. La cosa peggiore, in assoluto, è infine il fatto che nella previsione dei bandi non venga riconosciuto in alcun modo il valore delle attività e delle esperienze già in essere, che da decenni operano nel patrimonio pubblico. Molto semplicemente, si butta nel cestino una delle più importanti storie di Roma, la storia della città solidale.

Ma c'è di più. Il Regolamento, in teoria, dovrebbe avere il compito di sciogliere tutti i dubbi e le ambiguità sul pregresso, soprattutto con riferimento alle folli richieste di denaro arrivate dai funzionari. Da questo punto di vista, l'unico sforzo, allo stato attuale, è stato quello di ipotizzare una norma transitoria, che però è una vera e propria dichiarazione di guerra alle associazioni e agli spazi sociali: si ipotizza infatti, che le concessioni scadute possano essere regolarizzate pagando il 75% di quel 100% del canone che oggi il Dipartimento, ingiustamente, richiede, a fronte del quale si attiverebbe una concessione di soli 3 anni (e poi tutti a casa). Cifre astronomiche, che da un lato sono calcolate su richieste che in ogni caso rimangono illegittime, frutto di una vera e propria truffa da parte dell'Amministrazione, e che dall'altro lato non tengono conto di una parte consistente di questo mondo: tutte le vittime della mala gestione amministrativa, che non ha mai stipulato i contratti definitivi pur in presenza di un'ordinanza di assegnazione.

La Commissione Patrimonio e la sua presidente, la consigliera Vivarelli, hanno insistito sulla natura assolutamente provvisoria di questa bozza, e sulla necessità di un'apertura di un confronto pubblico con tutte le realtà coinvolte. Ci sembra un approccio importante, peraltro ora chiaramente disposto anche dalla mozione approvata in Assemblea Capitolina. Roma è pronta a questo confronto, a patto – però – che sia un confronto davvero pubblico, a tutto tondo, capace di dare le risposte giuste nei tempi adeguati. La partecipazione e la democrazia sono l'unico strumento per ridare dignità ad una politica troppo spesso assente, oppure dannosa quando presente, quale è stata quella degli ultimi anni. La Roma solidale è pronta ad affrontare questa discussione purché si scelga di invertire da subito la rotta, ripristinando – se non il modello – quantomeno lo spirito e le pratiche dei Beni Comuni Urbani, quello stesso spirito che in teoria anima dal principio l'attività del movimento politico che oggi governa Roma.

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