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"El cambio es ahora!" intervista a Íñigo Errejón

A Madrid, dopo la manifestazione oceanica di sabato 31, abbiamo intervistato Íñigo Errejón, segretario politico di Podemos , parlando dello spazio europeo, del ruolo dei movimenti sociali e della nascita di Podemos. Leggi anche "Sì se puede", in piazza a Madrid per la marcha del cambio
Sabato, una settimana dopo la vittoria di Tsipras in Grecia, migliaia di persone hanno manifestato a Madrid per un cambiamento radicale. Esiste una possibilità di trasformazione in Europa a partire dalla Spagna?

Certamente c’è una possibilità di trasformazione in Europa, in particolare nel sud Europa e crediamo che la Spagna possa essere un passaggio decisivo. La Grecia è stata sottoposta ad un ricatto che si è rivelato inutile, perchè non ha impedito a Syriza di conquistare una maggioranza politica, ma tale ricatto è stato possibile in Grecia a causa del suo peso relativamente piccolo nell’economia dell’UE. Questo non può succedere in Spagna perché noi siamo la quarta economia dell’Unione Europea e rappresentiamo il 12% del suo PIL, la Grecia ne rappresenta il 3%. Questo significa che è molto più difficile ricattare la Spagna. Ad esempio è molto più difficile che tentino di spingerci ad uscire dall’euro, non c’è euro senza la Spagna. In questo senso crediamo che se si produce un cambiamento politico in Spagna questo può essere decisivo per produrre cambiamenti politici anche in altri paesi. Sia il governo italiano che quello francese, che si erano distaccati dalla loro impostazione progressista, iniziano a vedere il danno che può produrre la recessione causata dall’ortodossia tedesca. C’è la possibilità di isolare la linea politica della Merkel e di costruire un differente equilibrio di poteri in Europa.

Venendo alla Spagna, la mobilitazione che abbiamo visto ieri è stata assolutamente atipica. Veniamo da un ciclo di mobilitazioni molto eterogenee e fondamentalmente di protesta, mentre in questo caso siamo di fronte ad una piazza che mostra una immediata volontà di potenza. Noi non diciamo semplicemente “no” alle politiche antisociali e antipopolari del governo del PP, ma diciamo sì, quest’anno può essere l’anno del cambiamento. Una mobilitazione diretta ed esplicitamente politica: questo è chiaramente un salto qualitativo fondamentale nell’attuale fase politica spagnola.

Quella che abbiamo visto ieri in piazza è una mobilitazione che parte dai cittadini, costruita da gente che sino ad un anno fa non aveva niente in comune, in cui erano presenti molti elettori tradizionali del PSOE e del PP, una mobilitazione popolare e chiaramente trasversale.

Avete organizzato la manifestazione di ieri nella piazza storica dove è iniziato il movimento del 15M. Qual è la relazione tra questo movimento e la nascita di Podemos?

Podemos non è la traduzione politica del 15M, però non sarebbe mai esistito senza quel movimento. Il 15M ha creato condizioni culturali e simboliche che hanno reso possibile la nascita di Podemos. Noi non rivendichiamo di essere l’espressione elettorale del 15M, e devo dire che all’inizio l’idea di Podemos venne anche percepita da alcuni settori del movimento con una certa ostilità, come se volessimo soppiantare un processo sociale e che esso si sarebbe “contaminato” nel passaggio al “politico”. Noi non crediamo che la relazione tra sociale e politico sia di tipo meccanico, non sempre si parte dal sociale e si arriva al politico.

A volte il momento elettorale e quello politico servono anche come momenti di articolazione di settori che prima erano dispersi. E i settori che si sono articolati attorno a Podemos non erano uniti per niente, non avevano un’identità politica comune, non condividevano una sigla, non condividevano una bandiera, non erano settori tutti presenti nelle mobilitazioni.

Eravamo di fronte ad un dissenso frammentato che non aveva simboli, narrativa, forme organizzative. Un sentimento “contro”, ma che aveva molto chiaro chi fossero “loro”, e quindi abbiamo utilizzato il “loro” per costruire un “noi”. Ed è una costruzione puramente politica, che non ha le sue radici in un soggetto di classe, non ha le sue radici in un soggetto ideologico precostituito ma è una costruzione puramente narrativa.

Qual è la relazione di Podemos con i movimenti in Spagna?

Podemos è nato in un momento di riflusso del movimento. E’ vero che c’erano state le “marchas de la dignidad” che sono state manifestazioni di massa, ma credevamo che il ciclo di protesta che si era aperto nel maggio del 2011 si stesse esaurendo. Molta gente pensava “com’è possibile che abbiamo fatto così tante manifestazioni, proteste, picchetti e la situazione resta sempre uguale?”. Certo questo non valeva per alcune questioni locali, ma in generale non si riuscivano ad ottenere risultati. Il movimento si rivelava incapace di modificare gli equilibri di potere, riusciva ad ottenere delle piccole vittorie ma dimostrava la sua incapacità di impattare con lo stato a livello nazionale.

Lo stesso processo di accumulazione si stava esaurendo. Solo nelle fantasie dell’estrema sinistra la gente vive in mobilitazione permanente. I momenti di picco vanno assunti come momenti che espandono l’orizzonte politico, ma dopo arriva sempre il riflusso, per questo noi abbiamo deciso di costruire un’alternativa politica, ma ci siamo detti chiaramente che non avremmo mai potuto fare tutto da soli.

Voglio dire che ci sono degli ambiti che appartengono alla società e ai movimenti su cui non possiamo intervenire, e Podemos non può tantomeno sostituirsi ai movimenti. Ci sono percorsi che la società civile e i movimenti stanno realizzando ma che sono indipendenti da Podemos, anche se in buone relazioni con noi.

C’è tanto lavoro da fare sul territorio che Podemos non può realizzare, sia per le sue risorse, sia per gli obiettivi che si è prefissato. In questo momento la nostra priorità è la battaglia politico-elettorale, perché la nostra percezione è che la crisi attuale del regime politico del ‘78 può andare in due direzioni: una restaurazione dall’alto messa in campo dalle élite tradizionali, o in una apertura costituente dal basso. Noi lavoriamo per la seconda e non vogliamo sostituirci al resto degli spazi politici.

Sullo spazio europeo: c’è chi sostiene che la scala continentale sia attrattiva solo per chi non riesce ad attivare lotte efficaci nel proprio paese e chi ritiene invece necessaria la costruzione di uno spazio delle lotte immediatamente europeo. Qual è la posizione di Podemos?

E’ una domanda complicata: io vengo da una cultura politica, che sicuramente condividiamo, per la quale esiste lo spazio metropolitano madrileño e l’Europa, e la Spagna non sarebbe una scala politica rilevante. Oggi però è proprio questa la scala politicamente più rilevante per il popolo spagnolo. Faccio un esempio: gli spagnoli hanno votato alle scorse elezioni europee pensando in termini nazionali, nessuno lo ha fatto per costruire un contropotere all’interno del parlamento Europeo, nessuno in Spagna sa cosa fa il parlamento europeo. Noi questa scala l’abbiamo senza dubbio trascurata, perché nel nostro caso il problema riguarda il progetto di identificazione nazionale spagnolo, nel quale la sinistra è stata pesantemente assente. Così abbiamo deciso di fare un lavoro che affrontasse la questione nazionale, rivendicando una costruzione nazionale differente. Se sei spagnolo e provieni da una cultura politica e da simboli nazionali, vuol dire che provieni da una cultura egemonizzata dalle oligarchie franchiste e post-franchiste: fare un lavoro del genere è quindi molto complesso però si sta rivelando utile.

Nel discorso di ieri (sabato, ndr) abbiamo parlato di patria, rivendicando la patria come la comunità di “quelli dal basso”: un discorso tipicamente nazionalpopolare che identifica la comunità nazionale con gli interessi della sua maggioranza impoverita. Questo non significa assolutamente che nella scala nazionale è possibile risolvere ogni problema, però la scala nazionale dentro l’unione europea ha un certo margine, nonostante la governance finanziaria. Il problema è che la scala europea funziona più per “loro” che per “noi”, dato che non c’è una identificazione politica europea. Credo che oggi l’Europa come terreno di identificazione sia molto debole: non esistono simboli europei, non esistono miti europei, funziona semmai molto di più per gli attivisti, non credo sia uno spazio di identificazione politica, nonostante lo sia per la governance finanziaria.

Io credo che quello che riesce a costruire uno spazio democraticamente accessibile per la maggioranza, sia chiaramente lo spazio nazionale. Ma questo ovviamente non può essere sufficiente: dobbiamo essere in grado, a partire dallo stato-nazione, di costruire una federazione europea per ristabilire un equilibrio nei rapporti di forza a quel livello, altrimenti ti trovi schiacciato, con uno spazio di manovra troppo stretto. Questa non va vista come una battaglia su due tempi: siamo coscienti che è necessario un cambiamento a livello europeo e che il margine di attuazione in Europa resterà molto stretto se non cambiano i governi nei paesi centrali dell’UE: in Francia, in Italia, e anche in Germania. L’importante per noi però è non subordinare la possibilità di una trasformazione qui, alla produzione di un cambiamento in Europa. Certamente è necessaria la trasformazione a livello europeo, ma mentre proseguiamo nel tentativo di realizzarla, noi vogliamo costruire un progetto di paese che sia più favorevole alla maggioranza.

Quello che proveremo a fare in Europa è tentare di allargare il margine di manovra e ogni volta appoggiare chi preme su questo margine in direzione progressista, si tratti di governi nazionali o di movimenti sociali.

Sicuramente la nostra visione è influenzata dal processo latinoamericano: non dunque l’esperienza di un’integrazione regionale e transnazionale, ma quella di una federazione stato-stato, una conquista degli apparati statali che hanno deciso di federarsi e di costruire uno spazio comune, nonostante sia ancora molto debole.

Quando l’Argentina ha subito l’attacco speculativo, avrebbe avuto bisogno di una “Banca del Sud” che la appoggiasse e le permettesse la sovranità finanziaria impedendole di essere affondata dai poteri finanziari. In quel caso emerse chiaramente la mancanza di strumenti di integrazione maggiore.

Questo non significa abbandonare l’una o l’altra scala: vuol dire solo affermare che sull’altra scala forse si interviene meglio con un governo messo al servizio della gente in Spagna, capace di lavorare per una costruzione europea alternativa.

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