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Dal vento al fuoco e direttamente al cuore della Valsusa

Dentro il fuoco che sta bruciando la Valsusa: tra menzogne costruite per difendere il Tav e necessità di mettere in sicurezza i territori. Fuori da qualsiasi ricatto.

Gli sguardi che si levano preoccupati verso la montagna che sta prendendo fuoco, i Vigili del Fuoco e il corpo volontari Anti Incendi Boschivi (A.I.B.) sono già in azione. Richiedono elicotteri e mezzi di soccorso necessari per lo spegnimento, ma nulla arriva in modo tempestivo.

Il vento, che per i politici faccendieri e i media asserviti in questa valle non esiste, continua a soffiare caldo e impetuoso, rendendo l’incendio ormai ingovernabile.

Le raffiche scendono dai ripidi valloni, creando lingue di fuoco simili a quelle che caratterizzano un vulcano. Agli abitanti delle borgate viene chiesto di abbandonare le proprie case, con il conseguente rischio di perdere tutto.

Il senso di impotenza pervade chiunque. È risaputo che in caso di simili calamità, solo chi è preparato ed equipaggiato può operare sul territorio, per gli altri non resta che rimanere a guardare e sperare.

Il vento prosegue con le sue scorribande sulle creste e nelle vallate, come se si prendesse gioco degli operatori, che ormai, stremati ogni qualvolta si riesce a spegnere una zona, si ritrovano a non avere neanche il tempo di un sospiro perché devono subito ripartire e lottare contro nuove fiamme.

Siamo in Valsusa, luogo che diventa interessante per i media e i giornali solo quando scattano nuove manette o denunce per i No Tav.

Luogo dove, a detta di chi ha interessi connessi alla costruzione della grande opera, il vento non esiste, anche a costo di dover corrompere i responsabili dei rilevamenti atmosferici, e dove il rischio di polveri nocive dovute agli scavi dei cantieri diventa irrilevante o comunque non preoccupante.

Forse è per questo che il vento ha voluto manifestare tutta la sua forza e dimostrare quanto può essere distruttivo e ingovernabile specialmente se associato a un incendio.

Malgrado ciò, l’attenzione dei TG e delle testate giornalistiche, ha preferito occuparsi in prevalenza delle polveri sottili e dello smog che avvelena Torino e dei disagi che il blocco della circolazione avrebbe causato alla città.

Non un accenno alla devastazione ambientale, non un accenno alle difficoltà dei pompieri nel reperire l’acqua dai bacini ormai secchi a causa della siccità e alla perdita perenne delle falde acquifere dovuta ai continui interventi dell’uomo a partire dai lavori per la realizzazione dell’autostrada, di quelli per la centrale idroelettrica di Pont Ventoux e, infine, al tunnel geognostico del tav.

Per giorni, gli abitanti della valle sono stati costretti a rimanere a guardare per non rischiare di mettere in pericolo se stessi o essere d’intralcio al lavoro dei professionisti che stanno dando davvero tutto per fermare l’inferno.

In questa terribile condizione, arriva “puntuale” il comunicato di solidarietà del Commissario Straordinario del Governo per l’asse ferroviario Torino-Lione Paolo Foietta, che propone l’utilizzo delle compensazioni per i possibili cantieri TAV per la messa in sicurezza del territori. Il Commissario, però, dimentica che i comuni montani, in Valsusa come altrove, non devono necessariamente utilizzare i soldi di un ricatto, in questo caso l’inutile nuova linea ferroviaria, per poter usufruire delle necessarie e doverose attenzioni che spetterebbero loro.

Forse, è stata proprio questa la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Forse, questo gesto così vile ha ravvivato il vento di rivolta che vive nelle anime dei valligiani da sempre e ha fatto sì che dall’attesa passiva si passasse a organizzarsi e monitorare le aree colpite dagli incendi, evitando la riaccensione di nuovi focolai. Fino poi a intervenire a protezione di un paio di borgate a forte rischio, muniti degli attrezzi che in ogni casa valsusina si possono trovare: motoseghe, pale, vanghe, braccia di uomini e donne più e meno giovani, per combattere contro il tempo e creare linee taglia fuoco.

Nel frattempo, tra i boschi arsi dalle fiamme di tanto in tanto si sentiva scoppiettare qualche vecchia munizione che era stata ben nascosta e preservata dai nostri partigiani durante la seconda guerra mondiale.

Un suono improvviso che si alterna allo screpitìo della legna e che colpisce forte lo stomaco di tutte e tutti, ma che ci ricorda che questa valle è stata da sempre abitata da gente pronta a rimboccarsi le maniche e a lottare per la difesa della propria dignità e della terra che li ospita.

Ora il vento di Foen è cessato, ma non quello che fa pulsare i cuori dei No Tav.

Ancora una volta, si è dimostrato che delegare e aspettare non fa parte del nostro DNA.

Quel vento fischia ancora e non cesserà mai.

A SARÀ DURA

 

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