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Attivisti LGBTQ contro l'occupazione bloccano il Pride di Tel Aviv

Decine di attivisti/e israeliani/e del movimento LGBTQ contrari all'occupazione hanno bloccato venerdì l'annuale parata del Pride di Tel Aviv, sollevando cartelli con su scritto “Non c'è orgoglio [pride, ndt] nell'occupazione” e, per alcuni minuti, impedendo al corteo di continuare per le vie del centro.
Il 10 giugno: sconfiniamo!

Al contrario della polizia, la comunità LGBTQ ha dimostrato un grande interesse per l'azione, che ha cercato di mettere in luce il cinquantesimo anno dell'occupazione [israeliana dei territori palestinesi, ndt]. Alcune persone sono andate incontro agli attivisti per parlarci, altre hanno espresso il loro sostegno, mentre altre ancora si sono lamentate del fatto che gli attivisti stessero mischiando la politica con quello che loro vedono come un evento non politico. Più di 100.000 persone hanno partecipato alla parata, secondo le stime della polizia.

Tanya Rubinstein, attivista queer e Coordinatrice generale della coalizione di donne per la pace ha spiegato perché gli attivisti hanno deciso di bloccare il corteo:

Siamo venute al Pride di Tel Aviv, che il governo israeliano usa per nascondere i crimini dell'occupazione, per ricordare a tutti che la lotta della comunità LGBTQ è parte di una lotta più grande per la libertà e i diritti umani e che non possiamo disconnetterla dalla battaglia contro i muri della separazione e contro la continua e sistematica oppressione dell'occupazione. Questa marcia non appartiene alla polizia o al comune di Tel Aviv. Appartiene a quelli che lottano per i loro diritti e quindi è un luogo in cui ha senso ed è necessario protestare e manifestare.

Durante l'ultima settimana, più di 200 membri della comunità LGBTQ hanno firmato una dichiarazione sostenuta da decine di attivisti queer per i diritti umani e la giustizia sociale, invitando la comunità a non dimenticare che la sua lotta per diritti umani, uguaglianza e libertà è connessa alle lotte delle altre minoranze:

Abbiamo scelto di essere parte di una lunga battaglia per i diritti umani e la libertà – non solo per il bene della nostra liberazione e sicuramente non in quanto PR [public relation, nda] del governo. Continueremo a opporci all'ingiustizia ovunque e a sottolineare la connessione tra le violazioni israeliane dei diritti dei palestinesi e la sua discriminazione contro altre comunità.
Come reminder per i nostri amici nella comunità LGBTQ: la nostra sicurezza e protezione [safety and security, ndt] non può dipendere dal calpestare quelle degli altri. Siamo qui per rimanere e continueremo a dirlo alla nostra comunità: mettere fine all'occupazione, mettere fine alla repressione e alle discriminazioni! Tutti quanti meritiamo un futuro migliore!

Tra i firmatari dell'appello c'erano i direttori esecutivi di gruppi anti-occupazione di spicco, come Yuli Novak (Breaking the Silence), Hagai El-Ad (B’Tselem), Avi Buskila (Peace Now), Yonathan Gher (Amnesty International Israel), e anche attivisti molto riconosciuti nella comunità queer.

* Yael Marom è manager di Just Vision’s public engagement in Israele e co-editor di Local Call.

Fonte: 972mag. Traduzione di DINAMOpress

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